Alcuni anni fa, Indro Montanelli, decano tra i giornalisti italiani, pubblicò, in collaborazione con Gervaso, una ponderosa storia d’Italia. Lo scopo dichiarato era quello di raccontare ai lettori la vita quotidiana dell’uomo della strada. Adesso Montanelli, tra il compianto di noi tutti, se ne andato per sempre e Gervaso,invece, ha trovato conveniente fare interventi (peste e corna), assai faziosi e prezzolati, nelle televisioni del cavaliere. Pochi hanno seguito questa strada di scrivere l’intera storia di un paese. Scrivere storia e’ difficile:

·          ci vuole grande preparazione tecnica e nozionistica.

·          E’ necessaria la disponibilità dei documenti originali

·          Quando si raccontano avvenimenti vicini a noi bisogna anche essere molto obiettivi

Altri autori hanno scritto su determinati temi raccontando, in modo approfondito, episodi sporadici relativi a quel tema (un esempio famoso è la Storia della stupidità militare di Charles Fair). Altri ad esempio Antonino Trizzino racconta la storia della marina militare italiana durante la II guerra mondiale e cerca di dimostrare che i nostri rovesci durante la guerra erano dovute ad incompetenza o peggio ancora tradimento dei nostri alti comandi navali. L’approfondito studio tecnico è diventato puro e semplice ciarpame quando i servizi segreti inglesi hanno rivelato (passato il tempo dalla loro legge per il  segreto di stato) che la decifrazione dei codici segreti tedeschi tramite la macchina Enigma permetteva alla loro marina di conoscere i movimenti della nostra intercettando i messaggi criptati tra kesserling e Rimmel.  La letteratura ci ha dato modo di osservare un altro modo di raccontare la storia. Manzoni racconta e fa raccontare  ad alcuni dei suoi personaggi dei promessi sposi  alcuni episodi di storia della guerra dei trent’anni (ad esempio l’assedio di Mantova, la rivolta di Milano per la carestia e l’ atroce storia della peste a Milano. Giuseppe Bandi racconta la storia dell’impresa dei mille limitandosi,almeno nella prima parte del libro, a raccontare solo gli avvenimenti visti e vissuti da lui costruendo un quadro molto piu’ vivace ed autentico sia degli avvenimenti che dei personaggi. È uno modo alternativo di fare storia. È il metodo di raccontarla anzichè costruirla sui documenti originali ed ufficiali. E’ questo il metodo di racconto della storia che preferisco senza rinunciare a leggere gli studi severi e professionali degli storici di professione. Naturalmente quando i racconti diventano agiografia ,come la relazione di Abba per l’impresa dei mille, il risultato non e’ gradevole: il racconto e’ poco chiaro,retorico e genera lo sgradevole sospetto che non sia veritiero. Un discorso a parte riguarda  Plutarco e le vite parallele. Questo autore aggiunge al racconto dei fatti aneddoti di ogni tipo, mescolati con una dose massiccia, mielosa e spesso sgradevole di superstizione religiosa. Alla vigilia di ogni battaglia, tutti i condottieri convocano aruspici, indovini e sacerdoti ,per ottenere i segni di vittoria o di sconfitta esaminando viscere di vittime sacrificali oppure fanno sogni premonitori o ricevono avvisi oscuri da passanti o da sacerdoti. Nella battaglia di Platea,addirittura, la tremenda fanteria pesante spartana di Pausania viene tenuta ferma, mentre gli altri Greci affrontano, con molte difficolta’ , la soverchiante truppa persiana di Mardonio, in quanto gli aruspici non hanno ancora finito il loro lavoro. A questo lavoro non sfugge neanche Erodoto, ma Egli prende la misura da queste narrazioni con frasi tipo si dice, si racconta.  In questo breve scritto raccontero’ alcuni episodi storici come appresi dalla testimonianza di contemporanei o degli stessi protagonisti senza nessun ordine Non so se pubblicherò questo scritto (non saprei a chi proporlo, ma solo a chi non proporlo: alle case editrici di Berlusconi). Lo farò leggere a qualche amico fidato che ha già scritto e pubblicato qualcosa,in modo di avere un’opinione professionale.

 Nella sua relazione Antonino Pigafetta racconta come Magellano (El capitano generale) consegue la certezza di avere completato il giro del mondo.

Nel luni santo, a venticinque de marzo, giorno de la Nostra Donna, passato mezzodì, essendo di ora in ora per levarsi, andai a bordo della nave per pescare, e, mettendo li piedi sopra una antenna per discendere ne la mesà di guarnigione, me slizegarono li piedi perchè era piovesto, e così cascai nel mare che niuno me vide. E essendo quasi sommerso, me venne ne la mano sinistra la scotta de la vela maggiore, che era ascosa ne l'acqua: me tenni forte e comensai a gridare, tanto che fui aiutato con lo battello. Non credo già [che] per miei meriti, ma per la misericordia di quella fonte di pietà, fossi aiutato. Nel medesimo giorno pigliassemo tra il ponente e garbin infra quattro isole: Cenalo, Hiunanghan, Ibusson e Abarien. L’indigeno di Sumatra, andato in Europa con Magellano, riparte con lui e parla con il re indigeno e quello lo capisce. Il giro del mondo e’ fatto (a stretto rigore dall’indigeno non da Magellano)

Iove, a ventiotto de marzo, per aver visto la notte passata fuoco in una isola, ne la mattina sorgessimo appresso de questa: vedessemo una barca piccola che la chiamano boloto, con otto uomini de dentro appropinquarse ne la nave capitanea. Uno schiavo del capitano generale, che era de Zamatra, già chiamata Traprobona, li parlò, il quale subito intesono: vennero nel bordo della nave, non volendo intrare dentro, ma stavano uno poco discosti. Vedendo el capitano che non volevano fidarse de noi, li buttò un bonnet rosso e altre cose ligate sopra un pezzo de tavola. La pigliarono molto allegri e subito se partirono per avvisare il suo re. Da lì circa due ore vedessimo vegnire due balangai (che sono barche grandi e così le chiamano) pieni di uomini: nel maggiore era lo suo re sedendo sotto uno coperto de store.

Quando el giunse sotto la capitana, el schiavo li parlò; il re lo intese, perchè in questa parte li re sanno più linguaggi che li altri: comandò che alcuni suoi intrasseno ne la nave. Lui sempre stette nel suo balangai poco longe de la nave, finchè li suoi tornarono e, subito tornati, se partì. Il capitano generale fece grande onore a quelli, che venirono ne la nave; e donolli alcune cose, per il che il re, innanzi la sua partita, volle donare al capitano una barra de oro grande e una sporta piena de gengero; ma lui, ringraziando molto, non volse accettarle. Nel tardi andassemo con la nave appresso la abitazione del re.

 

 Finalmente la nave superstite, delle cinque che avevavo iniziato la spedizione, ritorna i Portogallo,al comando di Pigafetta, che era partito come pilota (adesso diremmo ufficiale di rotta). È tempo di bilanci e di resa di conti al re.

    Commettessimo a li nostri del battello, quando andarono in terra, [che] domandassero che giorno era: me dissero come era a li Portoghesi giove. Se meravigliassemo molto perchè era mercore a noi; e non sapevamo come avessimo errato: per ogni giorno, io, per essere stato sempre sano, aveva scritto senza nissuna intermissione. Ma, come dappoi ne fu detto, non era errore; ma il viaggio fatto sempre per occidente e ritornato a lo stesso luogo, come fa il sole, aveva portato quel vantaggio de ore ventiquattro, come chiaro se vede. Essendo andato lo battello in terra un'altra volta per riso, furono ritenuti tredici uomini con lo battello, perchè uno de quelli, come dappoi sapessimo in Spagna, disse a li Portoghesi come lo nostro capitano era morto e altri, e che noi non andare in Spagna.

Dubitandone da esser anco noi presi per certe caravelle, subito se partissemo.

Sabato, a sei de settembre 1522, intrassemo nella baia de San Lucar, se non disdotto uomini e la maggior parte infermi. Il resto, de sessanta che partissemo da Maluco, chi morse per fame, chi fuggitte nell'isola di Timor, e chi furono ammazzati per suoi delitti.

Dal tempo che se partissemo de questa baia fin al giorno presente avevamo fatto quattordici mila e quattrocento e sessanta leghe e più, compiuto lo circolo del mondo, dal levante al ponente.

 

Luni, a otto de settembre, buttassemo l'ancora appresso al molo de Siviglia e descaricassimo tutta l'artiglieria.

Marti, noi tutti, in camicia e di scalzi, andassemo con una torcia in mano, a visitare il luogo di Santa Maria de la Victoria e de Santa Maria de l'Antiqua.

 

Partendomi da Siviglia, andai a Vagliadolid, ove appresentai a la sacra maestà de don Carlo, non oro nè argento, ma cose da essere assai apprezzate (spezie n.d,r.) da un simil signore. Fra le altre cose li detti uno libro, scritto de mia mano, de tutte le cose passate de giorno in giorno nel viaggio nostro. Me ne partii de lì al meglio [che] potei; e andai in Portogallo e parlai al re don Giovanni de le cose [che] aveva vedute. Passando per la Spagna venni in Franza; e feci dono de alcune cose de l'altro emisfero a la madre del cristianissimo re don Francesco, madama la reggente. Poi me ne venni ne la Italia, ove donai per sempre me medesimo e queste mie poche fatiche a lo inclito e illustrissimo signor Filippo de Villers Lisleadam, gran maestro de Rodi dignissimo.

 

Il cavalier ANTONIO PIGAFETTA

 

Vespucci racconta la sua misura della longitudine (tratto da wikipedia)

«In quanto alla longitudine dico che per conoscerla incontrai tanta difficoltà che ebbi grandissimo studio in incontrare con sicurezza il cammino che intraprendemmo. Tanto vi studiai che alla fine non incontrai miglior cosa che vedere e osservare di notte la opposizione di un pianeta con un altro, e il movimento della luna con gli altri pianeti, perché la Luna è il più rapido tra i pianeti come anche fu comprovato dall'almanacco di Giovanni da Monteregio, che fu composto secondo il meridiano della città di Ferrata concordandolo con i calcoli del Re Alfonso: e dopo molte notti passate ad osservare, una notte tra le altre, quella del 23 agosto 1499, nella quale vi fu una congiunzione tra la Luna e Marte, la quale congiunzione secondo l'almanacco doveva prodursi a mezzanotte o mezz'ora prima, trovai che all'uscire la Luna dal nostro orizzonte, che fu un'ora e mezza dopo il tramonto del Sole, il pianeta era passato per la parte di oriente, dico, ovvero che la luna si trovava più a oriente di Marte, circa un grado e qualche minuto, e alla mezzanotte si trovava più all'oriente quindici gradi e mezzo, di modo che fatta la proporzione, se le ventiquattrore mi valgono 360 gradi, che mi valgono 5 ore e mezza? Trovai che mi valevano 82 gradi e mezzo, e tanto distante mi trovavo dal meridiano della cibdade de Cadice, di modo ché assignando cada grado 16 e 2/3 leghe, mi trovavo 1374 leghe e 2/3 più ad occidente della cibdade de Cadice. » La ragione per la quale assegno ad ogni grado 16 leghe e 2/3 è perché secondo Tolomeo e Alfagrano, la Terra ha una circonferenza di 6000 leghe che ripetendosi in 360 gradi, corrisponde ad ogni grado a 16 leghe e 2/3 e questa proporzione la provai varie volte con il punto nave di altri piloti cosicché la incontrai vera e buona. » In seguito a questi ragionamenti vari astronomi e cosmografi dell'epoca e delle epoche successive riconobbero che Vespucci aveva inventato come verificare una longitudine con il metodo della distanza lunare. Ad esempio nel 1950, l'astronomo del Vaticano, il professor Stein, disse: «Mi meraviglia che fino ad oggi nessuno abbia verificato le osservazioni fatte da Vespucci nella notte del 23 agosto 1499, dove calcolava la posizione relativa di Marte e della Luna in quell'epoca.»In seguito a questi ragionamenti vari astronomi e cosmografi dell'epoca e delle epoche successive riconobbero che Vespucci aveva inventato come verificare una longitudine con il metodo della distanza lunare. Ad esempio nel 1950, l'astronomo del Vaticano, il professor Stein, disse: «Mi meraviglia che fino ad oggi nessuno abbia verificato le osservazioni fatte da Vespucci nella notte del 23 agosto 1499, dove calcolava la posizione relativa di Marte e della Luna in quell'epoca.»

La misura di Vespucci era errata, ma senza sua colpa. La circonferenza della terra non era quella misurata da Posidonio ed accettata da Tolomeo e da Toscanelli (6000 leghe: circa 28.000 Km) ma quella di Eratostene (circa  40.000 Km). La misura errata e soprattutto la teoria geocentrica di Tolomeo procurarono grossi problemi anche a Colombo ma soprattutto a Galileo.

 

 [MRG1]Che brutto questo accrescitivo-dispregiativo. Io lo toglierei.

 [MRG2]Non è prorio necessario alternare” io, mio padre,” secondo me appesantisce il dialogo. Anche senza si capisce bene.