I Persiani attraversano l'Ellesponto (adesso si chiama stretto dei Dardanelli) medianto un ponte di barche lungo piu' di tre chilometri e procedono verso la Tracia. L'esecito di terra e' guidato da Mardonio (un parente del re Serse). La flotta, forte di oltre mille navi, fa un percorso parallelo a quello dell'esercito ed e' guidata dallo stesso re. Tra esercito di terra e quello imbarcato Erodoto parla di oltre duemilioni di persone. Secondo alcuni la cifra e' esagerata, secondo altri, Erodoto conta tra i soldati anche tutto il seguito di mercanti,schiavi ed altro personale ausiliario. Le navi hanno una provenienza variegata ma per lo piu' sono fenicie. L'esercito trova qualche resistenza dalle bellicose popolazioni tracie, ma il grosso delle genti della Grecia settentrionale e della Tessaglia si affiancano ai Persiani. La flotta greca (per lo piu' ateniese) aspetta quella persiana prima all'altezza della penisola di Anfipoli e poi nelle strettoie tra l'Eubea e la Grecia continentale. Ma prima di combattere, da ogni parte, ferve il lavorio diplomatico.....   

172) I Tessali inizialmente si schierarono con i Medi per necessità, avendo ben fatto capire che le macchinazioni degli Alevadi non erano di loro gradimento. In effetti, appena venuti a sapere che il Persiano si accingeva a passare in Europa, inviarono messaggeri all'Istmo; all'Istmo si trovavano riuniti i delegati greci, scelti dalle città meglio intenzionate nei confronti dell'Ellade. Giunti al loro cospetto, i messaggeri Tessali dichiararono: "Uomini di Grecia, bisogna presidiare il valico dell'Olimpo, per tenere al riparo della guerra la Tessaglia e la Grecia intera. Noi siamo pronti a contribuire alla difesa, ma bisogna che anche voi mandiate un folto esercito; se non lo manderete, sappiatelo, noi verremo a patti col Persiano; non è ammissibile che solo noi, per il fatto di essere collocati vicino ai Persiani più degli altri Greci, dobbiamo perire per voi. Se non volete aiutarci, non siete in grado di imporci alcuna costrizione: nessuna costrizione può prevalere su ciò che è impossibile, e noi tenteremo da soli di trovare una via qualunque di salvezza". Così parlarono i Tessali.

173) E i Greci, di fronte a ciò, decisero di inviare in Tessaglia via mare un esercito di fanti a presidiare il passaggio; appena radunatesi, le truppe fecero rotta attraverso l'Euripo. Giunte ad Alo nell'Acaia, sbarcarono, si misero in marcia verso la Tessaglia, lasciate sul posto le navi, e arrivarono a Tempe al valico che dalla Macedonia inferiore conduce in Tessaglia lungo il fiume Peneo, fra i monti Olimpo e Ossa. Qui posero il campo; erano convenuti circa diecimila opliti greci, e a essi si aggiunse la cavalleria dei Tessali. Comandavano Spartani e Ateniesi rispettivamente Eveneto figlio di Careno, scelto fra i polemarchi benché non fosse di stirpe reale, e Temistocle figlio di Neocle. Rimasero lì pochi giorni; infatti dei messaggeri inviati dal Macedone Alessandro, figlio di Aminta, consigliarono loro di andarsene via, di non rimanere lì al valico a farsi schiacciare dall'esercito invasore (precisavano l'entità delle truppe e il numero delle navi); di fronte a questo avvertimento (avevano l'aria di dare buoni consigli e il Macedone si rivelava palesemente bene intenzionato nei loro confronti), i Greci seguirono il suggerimento. Secondo me a convincerli fu la paura, quando appresero che esisteva anche un altro accesso alla Tessaglia, nella Macedonia superiore attraverso il paese dei Perrebi, presso la città di Gonno, per dove effettivamente irruppe l'esercito di Serse. I Greci scesero verso il mare, si reimbarcarono e se ne tornarono indietro all'Istmo.

174) Questa spedizione in Tessaglia si verificò quando il re si apprestava a passare dall'Asia in Europa e si trovava ormai ad Abido. E fu così che i Tessali, abbandonati dagli alleati, si schierarono decisamente coi Persiani, senza tentennamenti, tanto da rivelarsi poi, nelle faccende della guerra, utilissimi al re.

175) I Greci, una volta giunti all'Istmo, discutevano, in relazione agli avvertimenti di Alessandro, come e dove impegnare la lotta. Prevalse il parere di presidiare il passo delle Termopili: era chiaramente un passaggio più stretto di quello che immetteva in Tessaglia, ed era l'unico abbastanza vicino al loro paese; del sentiero, attraverso il quale vennero sorpresi alle Termopili, i Greci ignoravano persino l'esistenza prima di averne notizia, ormai giunti alle Termopili, dagli abitanti di Trachis. Deliberarono di impedire al barbaro, presidiando questo passo, di penetrare in Grecia e decisero che la flotta si dirigesse al Capo Artemisio, nella Istieotide; sono due località vicine tra loro, sicché si poteva avere notizie di quello che accadeva da entrambe le parti. Ed ecco come si presentano questi posti.

176) Cominciamo con l'Artemisio. Dal mare di Tracia, da uno specchio aperto, si arriva in un modesto canale fra l'isola di Sciato e la penisola di Magnesia sul continente; a esso, ormai sull'Eubea, fa seguito la spiaggia di Artemisio, sulla quale sorge un tempio di Artemide. La via di accesso alla Grecia, poi, attraverso il paese di Trachis, misura mezzo pletro nel punto più stretto. Non sono qui, comunque, i passaggi più angusti di tutto questo paese, sono davanti e dietro le Termopili: presso Alpeni, dietro, per dove transita appena un carro, e all'altezza del fiume Fenice, davanti, vicino alla città di Antela, un altro varco che ha spazio per un carro soltanto. Il lato occidentale delle Termopili è un monte inaccessibile, scosceso, alto, che si protende fino all'Eta. Sul lato orientale si hanno subito mare e paludi. Nel passo vi sono dei bagni caldi, detti Chitri dalla gente del luogo, e vicino a essi sorge un altare di Eracle. Attraverso questo varco era stato edificato un muro, nel quale, almeno anticamente, c'erano delle porte. L'avevano costruito i Focesi, per paura, quando i Tessali arrivarono dal paese dei Tesproti per occupare l'Eolide (la terra appunto che oggi possiedono). Siccome i Tessali tentavano di sottometterli, i Focesi s'erano premuniti così: e convogliarono la sorgente calda nel passo perché il suolo si impaludasse, tutte studiandole per impedire ai Tessali di invadere il paese. Il muro vecchio era stato eretto in tempi remoti e col passare degli anni era ormai in gran parte rovinato al suolo. Gli uomini che lo rialzarono decisero di difendere la Grecia dal barbaro in quel punto. Vicinissimo alla strada c'è un villaggio, che si chiama Alpeni; da lì i Greci contavano di ricevere approvvigionamenti.

177) Questi luoghi, dunque, parevano adatti ai Greci: in effetti, dopo aver preventivamente esaminato ogni elemento e calcolato che i barbari non avrebbero potuto far valere né la superiorità numerica né la cavalleria, decisero di sostenere lì l'urto dell'invasore della Grecia. Quando poi seppero che il Persiano si trovava nella Pieria, partirono dall'Istmo e si diressero, gli uni, per via di terra, verso le Termopili, gli altri, per mare, verso l'Artemisio.

178) I Greci, quindi, accorrevano in fretta in assetto di guerra; nel frattempo gli abitanti di Delfi, spaventati per se stessi e per la Grecia, interrogavano l'oracolo del dio. E il responso fu un invito a rivolgere preghiere ai venti: i venti sarebbero stati grandi alleati della Grecia. Gli abitanti di Delfi, ricevuto il responso, per prima cosa ne divulgarono il contenuto fra i Greci desiderosi di restare liberi; e poiché costoro avevano una paura terribile del barbaro, riferendo l'oracolo se ne guadagnarono la gratitudine imperitura. Dopodiché dedicarono ai venti un altare in Tia, proprio dove sorge il santuario di Tia figlia di Cefiso, dalla quale prende il nome anche la località, e cercavano di accattivarseli con dei sacrifici.

179) Ancora oggi, in base a quell'oracolo, gli abitanti di Delfi offrono sacrifici propiziatori ai venti. La flotta di Serse, salpando dalla città di Terme, con le dieci navi che meglio tenevano il mare puntò dritto verso Sciato, dove stazionavano di vedetta tre navi greche, una di Trezene, una di Egina e una attica; i Greci, avvistate le navi dei barbari, si diedero alla fuga.

180) I barbari si lanciarono all'inseguimento e catturarono subito quella di Trezene, comandata da Prassino; trascinarono quindi sulla prua della nave il più bello dei suoi marinai e lo sgozzarono, ritenendo di buon augurio che il primo fra i Greci a essere ucciso fosse molto bello. La vittima si chiamava Leone; e forse subì le conseguenze del suo nome.

181) La nave di Egina, il cui trierarca era Asonide, li fece penare non poco, perché vi era imbarcato Pizio, figlio di Ischenoo, che quel giorno diede prova di grande valore: quando la nave stava per essere presa, resistette combattendo fino a che non fu completamente coperto di ferite. E siccome, quando cadde, non era morto ma respirava ancora, i Persiani a bordo delle navi, in considerazione del suo valore, se ne presero a cuore la salvezza: gli cosparsero di mirra le ferite, lo fasciarono con bende di finissimo bisso; e quando tornarono al campo base, lo mostrarono ammirati a tutta l'armata, circondandolo di premure. Gli altri che avevano catturato su questa nave li trattarono invece come schiavi.

182) Le prime due navi furono catturate così. La terza, il cui trierarca era Formo di Atene, fuggendo andò ad arenarsi alla foce del Peneo; i barbari misero le mani sullo scafo ma non sugli uomini, perché gli Ateniesi, appena ebbero fatto arenare la nave, balzarono a terra e marciando in territorio tessalo si portarono ad Atene.

183) I Greci di stanza all'Artemisio appresero questi accadimenti per mezzo di segnali luminosi da Sciato; quando ne furono al corrente, spaventati, si trasferirono dall'Artemisio a Calcide per presidiare l'Euripo, lasciando vedette sulle alture dell'Eubea. Tre delle dieci navi barbare si spinsero fino allo scoglio che sta fra Sciato e Magnesia e che si chiama Mirmeco. I barbari, eretta sullo scoglio una colonna di marmo che avevano portato con sé, salparono da Terme e, poiché l'ostacolo era stato rimosso, navigavano con tutta la flotta; avevano lasciato passare undici giorni dalla partenza del re da Terme. A segnalare loro l'esistenza dello scoglio nel bel mezzo del passaggio era stato Pammone di Sciro. Navigando per tutta la giornata i barbari raggiunsero il capo Sepiade nel territorio di Magnesia e la riviera compresa fra questo promontorio e la città di Castanea.

184) Fino a questa località e fino alle Termopili l'esercito non conobbe perdite e la sua consistenza allora continuava a essere la seguente, in base ai miei calcoli. Sulle navi d'Asia, che erano 1207, l'equipaggio originario composto dai vari popoli ammontava a 241.400 uomini, calcolandone duecento per nave; ma a bordo di queste navi, oltre ai marinai dei singoli paesi d'origine, c'erano trenta soldati fra Persiani, Medi e Saci, ossia un'altra caterva di 36.210 persone. A questo e al numero precedente aggiungerò ancora i marinai delle penteconteri, assumendo che più o meno su ciascuna ve ne fossero circa ottanta; di queste imbarcazioni, come ho detto anche prima, se ne erano radunate tremila; quindi su di esse dovevano esserci 240.000 uomini. Questa dunque era la flotta d'Asia: complessivamente 517.610 uomini. A terra poi i fanti erano 1.700.000, 80.000 i cavalieri. A costoro aggiungerò ancora gli Arabi che guidavano i cammelli e i Libici coi carri, per un ammontare di 20.000 uomini. Sicché, sommando gli effettivi sul mare e sulla terraferma, il totale risulta di 2.317.610 uomini. Questo, come si è detto, era l'esercito partito dall'Asia, senza contare il seguito dei servi, le imbarcazioni addette al trasporto delle vettovaglie e i loro equipaggi.

185) Ma si devono ancora sommare alla cifra fin qui raggiunta le truppe tratte dall'Europa; a questo proposito devo avanzare un'ipotesi. I Greci della Tracia e delle isole adiacenti alla costa tracia, fornivano 120 navi; il che fa 24.000 uomini. Della fanteria che fornirono Traci, Peoni, Eordi, Bottiei e le genti della Calcidica e Brigi, Pieri, Macedoni, Perrebi, Eniani, Dolopi, Magneti, Achei e quanti popolano la costa della tracia, da tutti questi popoli credo che si avessero 300.000 uomini. Queste miriadi sommate alle miriadi provenienti dall'Asia danno un totale di 2.641.610 combattenti.

186) Tale la cifra dei combattenti; quanto alla servitù che li seguiva, agli equipaggi delle imbarcazioni da carico e dei battelli che navigavano assieme all'armata, credo che essi fossero non meno ma più dei soldati. Comunque assumo che equivalessero in numero, non fossero né di più né di meno: e calcolati tanti quanti i combattenti, assommano ad altrettante miriadi. Pertanto Serse figlio di Dario fino al capo Sepiade e alle Termopili guidò 5.283.220 uomini.

187) Questi gli effettivi dell'intero esercito di Serse. Quanto al numero delle donne che facevano il pane, delle concubine e degli eunuchi, nessuno potrebbe precisarlo; e neppure degli animali da tiro e dell'altro bestiame da soma e dei cani d'India al seguito, neppure di questi, da tanti che erano, qualcuno potrebbe dire l'ammontare. Per cui non mi meraviglio affatto che si siano prosciugati dei fiumi, ma piuttosto mi stupisco che siano bastati i viveri a così tante decine di migliaia di persone. In effetti di calcolo in calcolo mi risulta che, se ognuno riceveva giornalmente una chenice di frumento e basta, ogni giorno ne venivano consumati 110.340 medimni. E non tengo conto delle donne, degli eunuchi, delle bestie da tiro e dei cani. E pur essendoci tante decine di migliaia di uomini, per bellezza e prestanza fisica nessuno di loro era più degno di Serse di avere tale comando.

188) La flotta, lasciati gli ormeggi, prese il largo e raggiunse nel territorio di Magnesia la spiaggia che sta fra la città di Castanea e il promontorio Sepiade; le prime navi attraccarono a riva, le altre dietro di esse gettarono l'ancora: dato infatti che la spiaggia non era lunga, ormeggiarono a scacchiera, prue verso il largo, su otto file di navi. Così andò quella notte. All'alba, cessarono sereno e bonaccia, il mare si scatenò e sui Persiani si abbatterono una grande tempesta e un forte vento di levante, che gli abitanti di queste regioni chiamano "d'Ellesponto". Quanti di loro si accorsero che il vento aumentava e quelli ormeggiati in modo adatto prevennero la tempesta tirando in secca le navi: e si salvarono, loro e i loro scafi. Invece tutte le navi che colse al largo, la tempesta le trascinò, in parte verso i cosiddetti Ipni del Pelio in parte verso la spiaggia: alcune cozzarono contro il Sepiade stesso, altre furono sbattute via verso le città di Melibea o di Castanea. Fu una tempesta mostruosa, senza scampo.

189) Si racconta che gli Ateniesi, in base a una profezia, avessero invocato Borea: avevano infatti ricevuto un altro responso, che li invitava a invocare come difensore il loro "genero". Secondo la leggenda dei Greci, Borea aveva una moglie attica, Orizia figlia di Eretteo; perciò gli Ateniesi, a quanto si dice, deducendo da questa parentela acquisita che Borea era il "genero" in questione, quando si accorsero che la tempesta cresceva, o anche prima (erano appostati con la flotta a Calcide in Eubea), offrirono sacrifici a Borea e a Orizia, pregandoli di venire in loro aiuto e di distruggere le navi dei barbari, come già prima all'Athos. Se fu per questo che Borea si abbatté sui barbari alla fonda, io non lo so: gli Ateniesi assicurano che Borea, che già in precedenza li aveva aiutati, anche allora fu autore di quella impresa; e, tornati a casa, gli edificarono un tempio sulle rive del fiume Ilisso.

190) Quelli che riferiscono le cifre più contenute dicono che in questo disastro andarono perdute non meno di quattrocento navi, un numero incalcolabile di uomini e immense ricchezze: al punto che questo naufragio riuscì assai vantaggioso a un uomo di Magnesia, Aminocle figlio di Cratine, che possedeva un terreno vicino al Sepiade; egli, nei giorni seguenti, raccolse molte coppe d'oro e molte d'argento gettate a riva dalle onde e trovò tesori dei Persiani e si impossessò di altri oggetti preziosi a volontà. Ma divenne molto ricco coi suoi ritrovamenti fortunati essendo disgraziato per altri versi: una dolorosa vicenda lo affliggeva, l'aver ucciso suo figlio.

191) Dei battelli adibiti al trasporto dei viveri e delle altre imbarcazioni distrutte non si faceva nemmeno il computo; tanto che i comandanti in capo della flotta, temendo che i Tessali piombassero su di loro quando erano già così malridotti, ordinarono di costruire coi relitti del naufragio un'alta barricata tutto intorno. La tempesta durò tre giorni; infine, immolando vittime, intonando a gran voce invocazioni al vento, e, ancora, sacrificando a Teti e alle Nereidi, il quarto giorno i Magi la placarono; oppure, semplicemente, la bufera decise da sola di cessare. A Teti sacrificarono per aver appreso dagli Ioni la leggenda che la voleva rapita da Peleo in quella località e che attribuiva a lei e alle altre Nereidi la tutela di tutta la riviera del Sepiade.

192) Comunque dopo tre giorni la tempesta era finita. Ai Greci le vedette, scese di corsa dalle alture dell'Eubea il giorno successivo allo scoppio della tempesta, segnalarono il naufragio in corso. I Greci, come lo seppero, dopo aver rivolto preghiere e versato libagioni a Posidone Salvatore, si affrettarono per tornare al più presto all'Artemisio, sperando di trovarsi di fronte poche navi nemiche; così per la seconda volta raggiunsero l'Artemisio e vi stazionarono, venerando Posidone, da allora e fino a oggi, con l'appellativo di Salvatore.

193) I barbari, quando cessò il vento e si calmarono le onde, tratte in mare le navi, veleggiarono lungo la costa, doppiando il promontorio di Magnesia e puntando dritto verso il golfo che porta a Pagase. C'è un luogo in questo golfo di Magnesia, dove, raccontano, Eracle, mandato fuori della nave Argo a cercare acqua, sarebbe stato abbandonato da Giasone e dai suoi compagni all'epoca della spedizione verso Ea nella Colchide alla ricerca del vello; da lì dovevano prendere il largo dopo essersi riforniti d'acqua, e per questo il luogo si chiamò Afete. Qui dunque le navi si misero all'ancora.

194) Ma quindici di queste navi, che erano salpate per ultime e si trovavano molto più indietro, finirono per avvistare la flotta dei Greci all'Artemisio; i barbari la scambiarono per la propria e andarono a cadere a vele spiegate fra i nemici. Le guidava il governatore di Cuma nell'Eolide, il figlio di Tamasi Sandoce, che prima di questi avvenimenti re Dario aveva condannato al supplizio del palo, quando era uno dei giudici reali, in base alla seguente colpa: Sandoce per denaro aveva pronunciato sentenze inique. E già era stato appeso, quando Dario, riflettendo, trovò che Sandoce aveva procurato più bene che male alla casa reale; stabilito questo e riconosciuto di aver agito più con fretta che con saggezza, Dario lo aveva liberato. Insomma, sfuggendo così a re Dario Sandoce si era salvato da morte sicura: ma questa volta, veleggiando verso i Greci, non doveva sfuggire più al suo destino. I Greci infatti, quando li videro avvicinarsi, avendo capito il loro errore li attaccarono e li catturarono facilmente.

195) Era imbarcato su una delle navi, e fu catturato, Aridoli tiranno di Alabanda in Caria; in un'altra il comandante Pentilo, di Pafo, figlio di Demonoo, che guidava dodici navi da Pafo, ma ne aveva perdute undici nella tempesta scoppiata al Sepiade: fu preso all'Artemisio con l'unica superstite. I Greci, avute da essi le informazioni che volevano sull'armata di Serse, li trasferirono, in catene, all'Istmo di Corinto.

196) La flotta dei barbari, escluse le quindici navi che, come ho detto, erano al comando di Sandoce, giunse ad Afete. Serse, che aveva attraversato la Tessaglia e l'Acaia, era penetrato già da due giorni nella Malide con le truppe di terra. In Tessaglia aveva indetto una corsa di cavalli per mettere alla prova la propria cavalleria e quella dei Tessali, avendo sentito dire che era la migliore di Grecia. I cavalli greci persero largamente il confronto. Tra i fiumi della Tessaglia solo l'Onocono non fu sufficiente all'armata che vi si abbeverò: tra i fiumi che scorrono in Acaia neppure il più grande, l'Epidano, neppure quello bastò, se non a malapena.

197) Quando Serse giunse ad Alo in Acaia, le guide del viaggio, che volevano spiegargli tutto, gli raccontarono una leggenda locale riguardante il tempio di Zeus Lafistio: gli narrarono come Atamante figlio di Eolo avesse tramato, di concerto con Ino, di uccidere Frisso; e come in seguito a ciò gli Achei, obbedendo a un oracolo, impongano ai suoi discendenti pene di questo tipo: al più anziano di questa schiatta vietano l'accesso al léito (gli Achei chiamano léito il pritaneo) e pensano loro a esercitare la sorveglianza; se vi entra, non può più uscirne prima di venir sacrificato; e ancora come molti di quelli che correvano il rischio di essere sacrificati, per paura, emigrassero in un altro paese; e se, tornati indietro dopo un po' di tempo, erano sorpresi a entrare nel pritaneo, le vittime erano condotte all'altare ciascuna cinta di bende e accompagnata da una processione. Questa sorte, poi, tocca ai discendenti di Citissoro figlio di Frisso per il fatto che, mentre gli Achei per ordine di un oracolo provvedevano a purificare il paese sacrificando Atamante, figlio di Eolo, e stavano ormai per immolarlo, sopraggiunse questo Citissoro, proveniente da Ea nella Colchide, e lo salvò; con questo gesto attirò sui propri discendenti l'ira del dio. Udito questo racconto, Serse, quando giunse all'altezza del bosco sacro, evitò di entrarvi personalmente e ordinò a tutti i suoi soldati di fare altrettanto, per rispetto tanto della casa dei discendenti di Atamante quanto del santuario.

198) Questo ciò che accadde in Tessaglia e in Acaia. Dalle suddette regioni Serse passò nella Malide, lungo un'insenatura marina in cui ogni giorno si genera un moto di flusso e riflusso. Intorno a questo golfo si estende un territorio pianeggiante, qui aperto là assai angusto; e tutto intorno si ergono montagne elevate e inaccessibili, che chiudono l'intera Malide e sono dette Rocce Trachinie. La prima città nel golfo per chi arrivi dall'Acaia è Anticira, presso la quale scorre e sfocia in mare il fiume Spercheo, che proviene dal paese degli Eniani. A circa venti stadi di distanza dallo Spercheo c'è un altro fiume, chiamato Dira, scaturito, si racconta, per soccorrere Eracle quando era ormai avvolto dalle fiamme. Ad altri venti stadi dal Dira c'è un terzo fiume, denominato Melas.

199) La città di Trachis dista cinque stadi da questo fiume Melas; qui, proprio dove sorge Trachis, si ha anche la parte più aperta del paese fra le montagne e il mare: 22.000 pletri di pianura. A sud di Trachis c'è una gola fra i monti che chiudono la Trachinia: attraverso questa gola, ai piedi della montagna, scorre il fiume Asopo.

200) A sud dell'Asopo c'è un altro torrente, il modesto Fenice, che scende dalle montagne e si getta nell'Asopo. È all'altezza del Fenice che si trova il varco più stretto del paese: vi è tracciata, infatti, appena una strada. Dal fiume Fenice alle Termopili ci sono quindici stadi. Nello spazio fra il Fenice e le Termopili sorge un villaggio, chiamato Antela, accanto al quale scorre l'Asopo prima di andare a sfociare in mare; e intorno al villaggio s'apre un'ampia zona, dove sorge il tempio di Demetra Anfizionide e dove sono situate le sedi degli Anfizioni e il tempio dello stesso Anfizione.

201) Il re Serse aveva il campo nella zona di Trachis, nella Malide; i Greci, invece, si accamparono nel passo. Questa località è chiamata Termopili dalla maggior parte dei Greci, ma Pile dalla gente del luogo e del vicinato. I due contendenti erano dunque attestati in queste località: il Persiano dominava tutta la parte settentrionale fino a Trachis, i Greci i territori verso Noto e mezzogiorno.

202) Ed ecco quali contingenti greci attendevano il Persiano in questa località: trecento opliti Spartiati, mille fra Tegeati e Mantinei (metà ciascuno); centoventi venivano da Orcomeno d'Arcadia e mille dal resto dell'Arcadia: tanti erano gli Arcadi; quattrocento erano gli uomini di Corinto, duecento di Fliunte e ottanta di Micene. Questi erano i Peloponnesiaci presenti. Dalla Beozia c'erano settecento Tespiesi e quattrocento Tebani.

203) A essi si aggiunsero, lì convocati, i Locresi Opunzi con tutte le loro forze e mille Focesi. I Greci, in effetti, li avevano chiamati in soccorso informandoli attraverso messaggeri di essere arrivati come avanguardia: che il resto dell'esercito alleato era atteso da un giorno all'altro, che il mare era sotto controllo, guardato da Ateniesi, Egineti e da quanti prestavano servizio nella flotta; che non avevano nulla da temere: non era un dio, dicevano, l'invasore della Grecia, ma un essere umano, e non c'era né ci sarebbe mai stato un uomo che dopo la nascita non venisse colpito da qualche disgrazia; anzi agli uomini più grandi toccano le sciagure più gravi; quindi anche il capo dell'esercito invasore, in quanto essere umano, era destinato a svegliarsi dai suoi sogni di gloria. E quelli, sentendo simili discorsi, erano accorsi nel paese di Trachis.

204) Ciascun contingente secondo la città di origine aveva un suo comandante, ma il più ammirato e capo di tutto l'esercito era lo Spartano Leonida, figlio di Anassandride, i cui avi erano, risalendo nel tempo: Leonte, Euricratide, Anassandro, Euricrate, Polidoro, Alcamene, Teleclo, Archelao, Egesilao, Dorisso, Leobote, Echestrato, Aghio, Euristene, Aristodemo, Aristomaco, Cleodeo, Illo, Eracle; inaspettatamente Leonida aveva raggiunto a Sparta la dignità di re.

205) Avendo, infatti, due fratelli maggiori, Cleomene e Dorieo, era stato ben lontano dal pensare al trono. Ma poi, morto Cleomene senza lasciare discendenza maschile e non essendoci più Dorieo, morto lui pure, in Sicilia, il trono toccava a Leonida, sia perché era più anziano di Cleombroto (cioè del più giovane tra i figli di Anassandride), sia in particolare perché aveva per moglie una figlia di Cleomene. In quell'occasione Leonida veniva alle Termopili dopo essersi scelto trecento uomini stabiliti che avessero figli. Giunse conducendo con sé dei Tebani (già li ho menzionati nel computo delle truppe), che erano agli ordini di Leontiade figlio di Eurimaco; Leonida si era preoccupato di prendere con sé dalla Grecia i soli Tebani per la seguente ragione: li si accusava, pesantemente, di parteggiare per i Medi; li sollecitò quindi alla guerra con l'intenzione di verificare se gli avrebbero mandato soldati o se avrebbero rifiutato apertamente di allearsi coi Greci. Essi gli inviarono truppe, benché fossero di tutt'altro orientamento.

206) Gli Spartiati avevano inviato per primi Leonida e i suoi perché gli altri alleati, vedendoli, scendessero in campo e non passassero anch'essi al nemico, se venivano a sapere che gli Spartani differivano la partenza. Poiché c'erano di mezzo le feste Carnee, contavano, più tardi, celebrate le feste e lasciato a Sparta un presidio, di accorrere in massa e con rapidità. E altrettanto pensavano di fare anche gli altri; infatti, nello stesso periodo, con questi avvenimenti erano venuti a coincidere i Giochi Olimpici; pertanto, non credendo che la guerra alle Termopili si sarebbe decisa così rapidamente, avevano inviato solo delle avanguardie.

207) Essi dunque pensavano di fare così. Ma i Greci alle Termopili, dopo l'arrivo del Persiano nei pressi del valico, ebbero paura e discutevano di una eventuale ritirata. Gli altri Peloponnesiaci erano del parere di tornare nel Peloponneso e di presidiare l'Istmo; invece Leonida, visto lo sdegno di Focesi e Locresi per questo parere, decise di restare lì e di inviare messaggeri nelle città a chiedere aiuti, giacché erano pochi per respingere l'esercito dei Medi.

208) Mentre essi si consigliavano così sul da farsi, Serse mandò un cavaliere in esplorazione a spiare quanti fossero e cosa stessero facendo; ancora in Tessaglia aveva saputo che lì si era radunato un piccolo esercito e che a comandarlo erano gli Spartani con Leonida, della stirpe di Eracle. Il cavaliere, avvicinatosi all'accampamento, poté spiare e osservare tutto tranne l'esercito: infatti non era possibile scorgere i soldati appostati al di là del muro che avevano eretto e presidiavano; osservò quelli di fuori, le cui armi giacevano davanti al muro. Lì in quel momento erano schierati per caso gli Spartani. E li vide intenti in parte a compiere esercizi fisici in parte a pettinarsi le chiome; stupefatto, li guardava e li contava. Memorizzato per bene ogni particolare, tornò indietro indisturbato: nessuno lo inseguì, incontrò l'indifferenza generale; tornato al suo campo, riferì a Serse tutto ciò che aveva veduto.

209) Serse, ascoltandolo, non riusciva a capire la realtà, e cioè che gli Spartani si preparavano a morire e a uccidere secondo le proprie forze; poiché anzi gli parevano intenti ad attività ridicole, mandò a chiamare Demarato, figlio di Aristone, che si trovava nell'accampamento. Quando fu da lui, Serse lo interrogò su ciascun particolare, desideroso di sapere cosa stessero combinando gli Spartani. E Demarato rispose: "Già mi hai sentito parlare di questa gente, quando eravamo in partenza per la Grecia: ma poi, dopo avermi ascoltato, ridevi di me, che esprimevo il mio parere sull'esito di questa spedizione. Sovrano, per me è una vera impresa praticare la verità di fronte a te. Ascoltami, dunque, anche ora. Questi uomini sono venuti a combattere contro di noi per il passo e ci si stanno preparando. Hanno infatti una regola che vuole così: allorquando si apprestino a mettere a rischio la propria vita si ornano la testa. Sappilo: se piegherai costoro e quelli rimasti a Sparta, non c'è altro popolo al mondo che ti contrasterà opponendosi a te con le armi; ora, in effetti, stai attaccando il regno più bello esistente fra i Greci, gli uomini più valorosi". Serse trovò tale discorso assai poco degno di fede e si rivolse a Demarato una seconda volta chiedendogli come avrebbero fatto gli Spartani a combattere in così pochi contro il suo esercito. E Demarato rispose: "Mio re, trattami pure da mentitore, se le cose non andranno come sostengo".

210) Con queste parole non lo convinse. Serse, pertanto, lasciò passare quattro giorni, sempre sperando che i Greci si ritirassero. Il quinto giorno, poiché non se ne andavano e anzi la loro permanenza gli pareva un atto di insolenza e di follia, Serse, infuriato, mandò contro di loro Medi e Cissi, con l'ordine di farli prigionieri e di condurli al suo cospetto. I Medi si gettarono contro i Greci; molti di essi caddero ma altri subentravano, e non indietreggiavano, benché subissero perdite gravi. Resero chiaro a chiunque, e per primo al re, che c'erano sì tanti uomini, ma pochi veri combattenti. La battaglia durò una giornata.

211) Allora, così duramente malconci, i Medi si ritirarono; ma presero il loro posto i Persiani, quelli che il re chiamava Immortali, agli ordini di Idarne: l'idea era che avrebbero chiuso la faccenda agevolmente. Quando anche questi si scontrarono coi Greci, non ottennero miglior risultato dei Medi, ma proprio lo stesso, perché affrontavano il nemico in uno spazio angusto, si servivano di lance più corte di quelle dei Greci e non potevano far valere la superiorità numerica. Gli Spartani lottarono in maniera memorabile, dimostrando in varie maniere di essere combattenti esperti fra gente che combattere non sapeva: tutte le volte che voltavano le spalle e accennavano a fuggire mantenevano serrate le file; i barbari, vedendoli ritirarsi si lanciavano all'attacco con urla e frastuono; ma gli Spartani, appena raggiunti, si voltavano e li affrontavano, e con questa tattica abbatterono un numero incalcolabile di Persiani. Lì caddero anche alcuni, pochi, fra gli Spartani. I Persiani non riuscendo a forzare in nessun punto il passo, per quanto ci provassero attaccando a frotte e in ogni altra maniera, si ritirarono.

212) Si racconta che durante questi assalti il re, che osservava la battaglia, sia balzato tre volte dalla sedia, in apprensione per il suo esercito. Quel giorno dunque combatterono così. Il giorno seguente i barbari lottarono senza miglior sorte; dato che quelli erano pochi, attaccavano sperando che, coperti di ferite, non sarebbero più stati in grado di opporre resistenza. Ma i Greci erano schierati per reparti e per città e si alternavano in prima linea, tranne i Focesi, che erano dislocati sulla montagna per sorvegliare il sentiero. Non trovando niente di diverso da quanto visto il giorno prima, i Persiani si ritirarono.

213) Proprio quando il re non sapeva più che fare in quel frangente, gli si presentò un abitante della Malide, Efialte figlio di Euridemo, certo convinto di ricevere da lui qualche grande ricompensa, e gli parlò del sentiero che portava alle Termopili attraverso i monti; e così segnò la fine dei Greci che là avevano resistito. In seguito, per paura degli Spartani, Efialte si rifugiò in Tessaglia; dopo la sua fuga, alla riunione degli Anfizioni a Pile, i Pilagori misero una taglia sulla sua testa e più tardi (era rientrato ad Anticira) morì per mano di un uomo di Trachis, Atenade. Atenade uccise Efialte per un'altra ragione, su cui mi soffermerò in un secondo tempo, ma non per questo fu meno onorato dagli Spartani.

214) Così dunque morì Efialte tempo dopo questi avvenimenti. Circola anche un'altra versione dei fatti: sarebbero stati un uomo di Caristo, Orete figlio di Fanagore, e l'Anticirese Coridallo a parlare al re e a indicare ai Persiani la strada intorno al monte; ma io non ci credo affatto. Intanto bisogna considerare che i Pilagori dei Greci non misero una taglia su Orete e Coridallo, ma su Efialte di Trachis, verosimilmente dopo aver raccolto le più sicure informazioni. Inoltre sappiamo che Efialte si era dato alla fuga per questa imputazione; in effetti anche senza essere della Malide, Onete avrebbe potuto conoscere quel sentiero, se aveva frequentato spesso quella regione, ma fu Efialte a mostrare il sentiero attorno al monte; il colpevole è lui e lui io scrivo.

215) Serse si compiacque di quanto Efialte gli prometteva di fare: subito, tutto allegro, ordinò a Idarne e ai suoi uomini di partire; si mossero dall'accampamento all'ora in cui si accendono i lumi. Questo sentiero era stato scoperto dai Maliesi del luogo; dopo averlo scoperto, per di là avevano guidato i Tessali contro i Focesi all'epoca in cui i Focesi, munito il passo con una muraglia, erano al riparo da azioni di guerra. Da così tanto tempo si era rivelato di nessuna utilità per i Maliesi.

216) Ed ecco il tracciato di questo sentiero. Inizia dal fiume Asopo, che scorre attraverso la gola del monte; monte e sentiero portano lo stesso nome, Anopea. Il sentiero Anopea si sviluppa sul dorso della montagna e termina nei pressi della città di Alpeno, che è la prima della Locride in direzione della Malide, vicino alla roccia detta di Melampigo e alle sedi dei Cercopi, dove si trova il punto più stretto del passo.

217) Seguendo tale sentiero fatto così, i Persiani, attraversato l'Asopo, marciarono tutta le notte, avendo a destra i monti dell'Eta e a sinistra quelli di Trachis. Spuntava l'aurora quando giunsero sulla vetta del monte. Nei pressi di questo monte, come ho già spiegato, erano di guardia mille opliti focesi, che difendevano la loro patria sorvegliando il sentiero; la via d'accesso inferiore, infatti, era presidiata da quelli che si è detto, i Focesi invece vigilavano sul sentiero, di loro iniziativa, dopo essersi impegnati in tal senso con Leonida.

218) Ecco come i Focesi si accorsero dei Persiani quando erano ormai lassù. I Persiani in effetti erano riusciti a salire senza farsi vedere perché il monte è tutto ricoperto di querce; c'era comunque calma nell'aria e quando il rumore divenne forte, come era naturale data la massa di foglie sparse sotto i piedi, i Focesi balzarono su e rivestirono le armi; e subito i barbari furono lì. Al vedere uomini intenti a prendere le armi, rimasero sbigottiti: si aspettavano di non trovare il minimo ostacolo e si erano imbattuti in un esercito. Idarne, temendo che i Focesi fossero Spartani, chiese a Efialte la nazionalità di quei soldati; ricevuta l'informazione esatta, dispose i Persiani in ordine di battaglia. I Focesi, fatti segno a ripetuti e fitti lanci di frecce, si rifugiarono in ritirata sulla cima del monte, credendo che i nemici fossero venuti ad attaccare proprio loro, ed erano pronti a morire. Questo pensavano, ma i Persiani di Efialte e di Idarne, senza affatto badare ai Focesi, in fretta e furia, scesero giù dalla montagna.

219) Ai Greci di stanza alle Termopili il primo a predire la morte che li avrebbe colti all'aurora era stato l'indovino Megistia, dopo aver osservato le vittime dei sacrifici. Poi dei disertori portarono notizia dell'accerchiamento persiano (la segnalazione era arrivata quando era ancora notte). Il terzo avviso lo diedero le sentinelle che corsero giù dalle alture, ormai allo spuntare del giorno. Allora i Greci tennero consiglio e i pareri erano divergenti: c'era chi proibiva che si abbandonasse la posizione e chi premeva per il contrario. Quindi si divisero: alcuni di loro si allontanarono, e, sbandatisi, rientrarono nelle rispettive città, altri erano pronti a restare lì assieme a Leonida.

220) Ma si racconta anche che fu Leonida a congedarli: si preoccupava, pare, di sottrarli alla morte, mentre a lui e agli Spartiati presenti non si addiceva abbandonare la postazione che erano venuti espressamente a presidiare. Io sono pienamente d'accordo con questa versione; di più: sono convinto che Leonida, quando si accorse che gli alleati erano scoraggiati e poco disposti a condividere i pericoli, abbia ordinato loro di andarsene, pensando però che a lui la ritirata non conveniva: restando lì lasciava di sé un glorioso ricordo, senza intaccare la prosperità di Sparta. In effetti agli Spartani che la interrogavano circa questa guerra, subito all'inizio delle operazioni, la Pizia aveva risposto che o Sparta sarebbe stata distrutta dai barbari o il suo re sarebbe morto. Ecco il testo dell'oracolo pronunciato in versi esametri:..."O abitanti di Sparta, la vostra città gloriosa Da discendenti di Perseo è distrutta, o la terra lacena Piangere deve la morte del re della stirpe di Eracle: Poichè non furia di tori o leoni trattien l'invasore. Zeus in lui l'impeto infonde; e non credo si fermi fin quando O la cittade o il rege non abbia del tutto sbranato"... (Voi che abitate l'ampia pianura di Sparta, o la vostra grande e gloriosa città dai discendenti di Perseo viene distrutta, oppure no, ma allora il paese di Lacedemone piangerà la morte di un re della stirpe di Eracle. No, non lo tratterrà la forza né dei tori né dei leoni, faccia a faccia; dispone della forza di Zeus; e dico che non si fermerà prima di aver fatto a pezzi l'una o l'altra). Ritengo quindi che Leonida, pensando a queste parole e volendo assicurare la gloria ai soli Spartani, abbia congedato gli alleati e non che quanti se ne andarono se ne siano andati così malamente, nella discordia.

221) A questo riguardo esiste una prova niente affatto trascurabile. Anche l'indovino al seguito dell'esercito, che si diceva discendesse da Melampo, Megistia d'Acarnania, e che osservando le vittime aveva predetto l'immediato futuro, fu congedato da Leonida, come risulta chiaramente, perché non morisse con loro. Ma lui, benché mandato via, rimase e allontanò invece il figlio, a sua volta presente nella truppa, il solo che avesse.

222) Insomma, gli alleati dimessi da Leonida se ne andarono via e gli obbedirono, ma Tespiesi e Tebani rimasero, soli, presso gli Spartani. I Tebani restavano contro voglia e loro malgrado (Leonida in effetti li tratteneva tenendoli in conto di ostaggi), i Tespiesi invece per loro precisa scelta: rifiutarono di andarsene abbandonando Leonida e i suoi, e così, rimanendo sul posto, ne condivisero la sorte. Il loro comandante era Demofilo, figlio di Diadrome.

223) Serse, dopo aver offerto libagioni al sorgere del sole, attese fino all'ora in cui la piazza del mercato è più affollata e quindi ordinò l'assalto; così gli aveva suggerito Efialte: infatti la discesa dal monte è assai più rapida e la distanza molto minore che non l'aggiramento e la salita. I barbari di Serse avanzavano e i Greci di Leonida, da uomini che marciavano incontro alla morte, si spinsero ormai molto più che all'inizio verso lo spazio più aperto della gola. In effetti nei giorni precedenti si difendeva il baluardo del muro ed essi combattevano ritirandosi lentamente verso i punti più stretti; allora invece, scontrandosi fuori dalle strettoie... molti dei barbari cadevano a frotte; dietro di loro infatti, i comandanti degli squadroni, armati di frusta, tempestavano di colpi ogni soldato, spingendoli avanti continuamente. Molti finirono in mare e annegarono, molti di più ancora morivano nella calca calpestandosi a vicenda: nemmeno uno sguardo per chi cadeva. I Greci, sapendo che sarebbero morti per mano di quanti avevano aggirato la montagna, mostravano ai barbari tutta la propria forza, con disprezzo della propria vita, con rabbioso furore.

224) Alla maggior parte di loro, intanto, s'erano ormai spezzate le lance, ma massacravano i Persiani a colpi di spada. E Leonida, dopo essersi comportato veramente da valoroso, cadde in questo combattimento e con lui altri Spartani famosi, dei quali io chiesi i nomi, trattandosi di uomini degni di essere ricordati; e chiesi anche i nomi di tutti i trecento. Caddero allora anche molti altri illustri Persiani, fra i quali due figli di Dario, Abrocome e Iperante, nati a Dario dalla figlia di Artane Fratagune; Artane era fratello di re Dario e figlio di Istaspe di Arsame. Artane nel cedere la figlia in sposa a Dario le assegnò in dote l'intero patrimonio, perché Fratagune era la sua unica figlia.

225) Colà caddero dunque combattendo due fratelli di Serse. Sopra il cadavere di Leonida si accese una mischia furibonda di Persiani e Spartani, finché grazie al loro eroismo, i Greci lo strapparono ai nemici respingendoli per quattro volte. Questo durò fino all'arrivo degli uomini di Efialte. Dal momento in cui i Greci seppero del loro arrivo la battaglia mutò ormai aspetto: i Greci riguadagnarono di corsa la strettoia della strada, superarono il muro e andarono a prendere posizione sulla collina, tutti quanti assieme tranne i Tebani. La collina si trova all'ingresso del passo, dove oggi si erge in onore di Leonida il leone di marmo. Lassù si difendevano colle spade (chi ancora le aveva), con le mani, coi denti; i barbari li tempestavano di colpi, di fronte quelli che li avevano seguiti e avevano abbattuto il baluardo del muro, intorno da tutte le parti gli altri che li avevano aggirati.

226) Spartani e Tespiesi si comportarono altrettanto bene, ma il più valoroso si narra sia stato lo spartano Dienece, che prima dello scontro coi Medi avrebbe pronunciato la seguente battuta. Sentendo dire da uno di Trachis: "Quando i barbari scaglieranno le frecce, copriranno il sole con la moltitudine dei dardi" (tante erano le frecce), Dienece non rimase per nulla scosso da questa osservazione e rispose, mostrando di disprezzare il numero dei nemici, che l'ospite di Trachis stava dando tutte notizie magnifiche: visto che i Medi oscuravano il sole, contro di loro la battaglia si sarebbe svolta all'ombra e non al sole.

227) Queste e altre simili battute lo spartano Dienece lasciò a ricordo di sé, secondo quanto si racconta. Dopo di lui gli Spartani dicono che abbian dato eccellente prova di sé due fratelli, Alfeo e Marone figli di Orsifanto. Fra i Tespiesi si segnalò maggiormente uno che si chiamava Ditirambo, figlio di Armatide.

228) In onore di quanti furono sepolti esattamente là dove caddero e di quanti erano morti prima che partissero i Greci dimessi da Leonida, sono scolpite le seguenti parole:..."Contro trecento miriadi combatterono quì D'uomini quatro migliaia venuti dal Peloponneso."... (Qui, un giorno, contro tre milioni di nemici combatterono quattromila Peloponnesiaci). La precedente iscrizione vale per tutti, la seguente per i soli Spartani:..."Ospite, vanne; e a Sparta tu reca l'annunzio, che quì Per ubbidire alle leggi di lei noi giaciamo"... (Straniero, porta agli Spartani la notizia che noi giacciamo qui, obbedendo ai loro ordini). Così per gli Spartani; in onore dell'indovino:..."Il monumento è questo  del glorioso Megistia. Dello Spercheo la corrente varcando, l'uccisero i Medi: Quando, indovino ben certo del sopravvenir delle Parche, Il condottiero di Sparta lasciare e salvarsi non volle".... ( Questa è la tomba del famoso Megistia, ucciso, un giorno dai Medi che avevano varcato il fiume Spercheo, dell'indovino che allora, pur conoscendo il suo destino di morte, si rifiutò di abbandonare il comandante di Sparta). Esclusa la scritta relativa all'indovino, furono gli Anfizioni a onorarli con iscrizioni e con stele. La stele dell'indovino fu fatta scolpire da Simonide figlio di Leoprepe, per ragioni di amicizia.

229) Due dei trecento, Eurito e Aristodemo, si racconta, potendo entrambi accordarsi e mettersi insieme in salvo a Sparta (Leonida li aveva allontanati dall'accampamento, e giacevano infermi ad Alpeni, con gravissimi disturbi agli occhi) oppure morire con gli altri, se non volevano tornare a casa, pur avendo queste due alternative, non vollero intendersi, anzi, in pieno disaccordo, Eurito, avendo saputo della manovra accerchiante dei Persiani, chiese le armi, le indossò e ordinò al suo ilota di condurlo fra i combattenti; quando ve lo ebbe condotto l'ilota fuggì, mentre Eurito si gettava nel folto dei nemici e moriva; Aristodemo, invece, non ebbe animo sufficiente e sopravvisse. Ebbene, se Aristodemo fosse stato infermo lui solo e fosse tornato a Sparta, oppure anche se fossero tornati tutti e due assieme, credo che gli Spartani non si sarebbero sdegnati con loro; invece, poiché uno di loro era morto e l'altro invece, che aveva un'identica giustificazione, s'era rifiutato di farlo, inevitabilmente su Aristodemo ricadde, e pesante, l'ira degli Spartani.

230) Corre voce che Aristodemo si mise in salvo a Sparta così e con questa spiegazione; ma altri raccontano che era stato inviato come messaggero fuori dell'accampamento e poi, pur potendo raggiungere la battaglia in corso, non volle farlo, si attardò lungo il percorso e si salvò; mentre il suo compagno di missione riuscì a riunirsi ai combattenti e cadde sul campo.

231) Tornato a Sparta, Aristodemo fu coperto di vergogna ed emarginato, emarginato come segue: nessuno Spartiata gli accendeva il fuoco o gli rivolgeva la parola; subì l'onta di sentirsi chiamare "Aristodemo il vigliacco".

232) Ma nella battaglia di Platea si riscattò da questa imputazione. Si narra che anche un altro di questi trecento, di nome Pantite, inviato messaggero in Tessaglia, poté salvarsi: costui, al suo ritorno a Sparta, vedendosi disonorato, si impiccò.

233) I Tebani, agli ordini di Leontiade, finché furono con i Greci combatterono, per necessità, contro l'armata del re. Quando videro che i Persiani avevano la meglio, allora, mentre i Greci con Leonida si affrettavano verso la collina, si separarono da loro, andarono incontro ai barbari con le mani protese dicendo, ed era una cosa verissima, che parteggiavano per i Medi, che erano stati fra i primi a dare terra e acqua al Persiano, che erano venuti alle Termopili perché costretti, che non erano responsabili dei gravi colpi subiti dal re; sicché con tali scuse si salvarono. In effetti, a comprovare quanto dicevano c'era la testimonianza dei Tessali. Comunque non ebbero fortuna totalmente: i barbari, li catturarono al loro arrivo, alcuni li uccisero mentre si avvicinavano e alla maggior parte, per ordine di Serse, impressero il marchio reale, a cominciare dal comandante Leontiade, il cui figlio Eurimaco, tempo dopo, lo uccisero i Plateesi perché alla testa di quattrocento Tebani aveva occupato la rocca di Platea.

234) Così combatterono i Greci alle Termopili; Serse chiamò Demarato e lo interrogò cominciando da questa domanda: "Demarato, sei un uomo capace, lo deduco dalla realtà: tutto ciò che avevi predetto si è verificato. Ora dimmi un po' quanti sono gli Spartani rimasti e quanti di loro sono dello stesso genere in battaglia, o se lo sono tutti". Demarato rispose: "Sovrano, il numero complessivo degli Spartani è alto e molte sono le loro città; ma saprai quello che vuoi apprendere. Nella piana della Laconia c'è la città di Sparta, che conta circa ottomila uomini; e sono tutti pari a quelli che hanno combattuto qui; gli altri abitanti della Laconia no, non sono pari; ma valgono anche loro". E Serse riprese: "Demarato, come faremo a battere questa gente senza penare troppo? Spiegamelo, perché tu conosci i particolari dei loro piani, sei stato re a Sparta".

235) Demarato rispose: "Sovrano, se ci tieni tanto ad avere un mio parere, è giusto che io ti dia il migliore. Dovresti inviare in Laconia trecento navi della tua flotta. A ridosso della Laconia c'è un'isola, chiamata Citera che, secondo Chilone, un gran sapiente del mio paese, sarebbe stato meglio per gli Spartani se invece di emergere dalle acque vi fosse sprofondata; si aspettava infatti da un giorno all'altro, che da Citera derivasse qualcosa di simile a quanto sto per esporti: non prevedeva certo la tua spedizione, ma paventava ugualmente qualunque spedizione armata. Muovendo da questa isola le tue navi incutano paura agli Spartani. Con la guerra alle porte di casa, non saranno in grado di venire in aiuto agli altri, quando il resto della Grecia cadrà nelle mani delle truppe di terra; e una volta ridotto in schiavitù il resto della Grecia, lo stato spartano, rimasto solo, è debole. Se non farai così, ecco cosa devi immaginarti: nel Peloponneso c'è uno stretto istmo; in quel punto, dopo che tutti i Peloponnesiaci si saranno confederati contro di te, attenditi battaglie più dure di quelle già sostenute. Se invece farai quanto ho detto, l'istmo e le città si arrenderanno a te".

236) Dopo Demarato prese la parola Achemene, fratello di Serse e comandante della flotta, che assisteva per caso al colloquio e temeva che Serse si lasciasse convincere ad agire così: "Mio re, vedo che accetti le parole di un uomo che è geloso della tua prosperità, se addirittura non tradisce la tua causa; ed è proprio di sentimenti del genere che si compiacciono i Greci: invidiano la buona sorte e detestano la superiorità altrui. Se nelle attuali circostanze, ora che quattrocento navi sono naufragate, tu ne invierai altre trecento intorno al Peloponneso, i tuoi nemici saranno in grado di misurarsi con te. Se invece la nostra flotta rimane unita, troveranno ben difficile attaccarla e non potranno assolutamente tenerci testa. Avanzando di concerto, la flotta intera e le truppe di terra si sosterranno a vicenda. Se invece le dividerai, né tu sarai utile alle navi né le navi a te. Regola bene i tuoi affari, attieniti a questo criterio: non curarti delle mosse dei tuoi nemici, dove porteranno la guerra, che cosa faranno, quanti siano. Sono capaci da soli di pensare a se stessi, come lo siamo noi per quel che ci riguarda. Se affronteranno i Persiani, gli Spartani non rimedieranno davvero all'attuale disastro".

237) Ecco come gli rispose Serse: "Achemene, mi pare che tu parli bene e farò così. Sì, Demarato propone quanto lui crede sia meglio per me, ma il suo consiglio è peggiore del tuo. Tuttavia non sono d'accordo con te su una cosa, che non sia favorevole alla mia causa: lo giudico da quanto mi ha detto prima e dalla realtà; è vero, un cittadino invidia le fortune di un altro e gli è ostile col silenzio: richiesto di un parere non gli darebbe i consigli che ritiene migliori; a meno di non essere un uomo di altissima virtù, e ce ne sono ben pochi. Però un ospite è molto ben disposto verso un ospite in buona fortuna: richiesto di un parere gli darebbe il migliore. Perciò ordino che per il futuro ci si astenga dall'offendere Demarato, che è ospite mio".

238) Detto ciò Serse passò in mezzo ai cadaveri; al corpo di Leonida, avendo udito che era re e comandante degli Spartani, ordinò di tagliare la testa e di piantarla su un palo. Mi pare chiaro da molti altri elementi e da questo in particolare, che Serse si era infuriato contro Leonida, quando era vivo, più che contro chiunque altro; altrimenti nei confronti di questo cadavere non avrebbe travalicato le norme: sì perché tra tutte le popolazioni a me note sono proprio i Persiani a onorare di più i valorosi in guerra. L'ordine venne eseguito da chi ne era stato incaricato.

239) Ma torno ora al punto precedente della mia esposizione che era rimasto sospeso. Gli Spartani furono i primi a sapere che il re stava per marciare contro la Grecia (per questo avevano inviato delegati all'oracolo di Delfi, dove ricevettero il responso da me più sopra riferito) e vennero a saperlo in maniera sorprendente. Demarato, figlio di Aristone, per quanto io credo (e la logica mi soccorre), non era ben disposto verso gli Spartani, nel suo esilio fra i Medi; a questo punto si può cercare di indovinare se quel che fece lo fece per benevolenza o invece con gioia maligna. Quando Serse ebbe deciso di muovere contro la Grecia, Demarato che si trovava a Susa e ne venne a conoscenza, volle informarne gli Spartani. Non aveva altri sistemi per avvisarli, giacché correva il rischio di essere scoperto, e quindi escogitò questo sotterfugio: prese una tavoletta doppia, ne raschiò via la cera e poi incise sul legno della tavoletta la decisione del re; dopodiché riversò della cera sullo scritto, affinché la tavoletta, non contenendo nulla, non procurasse noie a chi la portava da parte delle guardie delle strade. Quando essa giunse a Sparta, gli Spartani non riuscivano a raccapezzarsi finché un suggerimento non venne da Gorgo, figlia di Cleomene e moglie di Leonida, che ci era arrivata da sola: li esortò a raschiare via la cera e avrebbero trovato il messaggio inciso nel legno. Seguirono il suo consiglio, trovarono il messaggio, lo lessero; poi lo divulgarono fra gli altri Greci. Così si narra che sia accaduto.

 

Leonida

"E in questa mischia cadde anche Leonida, che si era dimostrato uomo di straordinario coraggio, e con lui gli altri Spartiati, i nomi dei quali ho voluto sapere, come uomini degni che se ne serbi memoria…".
Erodoto non nasconde la propria totale ammirazione per un uomo la cui fama eroica non è mai venuta meno, un generale che risponde appieno ai canoni di valore e sacrificio tipici della sua città d'origine, Sparta. Leonida è in tutti i sensi l'eroe, colui che con un manipolo formato da 300 fedelissimi e da 700 volontari di Tespe si frappose tra il resto della Grecia e la travolgente armata persiana che Erodoto ritiene composta, esagerando oltremodo, da circa due milioni di persone. L'esercito persiano giunse alle Termopili, un passo strategico per l'ingresso prima nella Locride e poi in Attica, nel luglio del 480: ad attenderli era stato preposto un contingente di circa seimila uomini, ma dopo il tradimento di Efialte, che permise ai Persiani di accerchiare i Greci tramite un sentiero che solo pochi conoscevano, quasi tutti diedero in ritirata, lasciando Leonida con i 300 opliti spartani e il contingente dei volontari tespiesi. La battaglia si scatenò feroce, come lo stesso Erodoto non manca di sottolineare, scrivendo che "i Greci sapevano che su di loro incalzava la morte per mano di coloro che stavano aggirando il monte, ma spiegarono contro i Barbari tutte le forze che avevano in corpo con pieno disprezzo della vita, battendosi come forsennati". Morirono tutti, morirono eroicamente, tanto che ancora oggi, sul luogo del massacro, rimane questa lapide:"Va' o passeggero, narra a Sparta che noi qui morimmo in obbedienza alle sue