Allo stadio di Pisa

Nella tarda primavera del 1968 ero a Pisa come sottotenente di complemento al 3° reggimento di artiglieria pesante campale.

Una giornata di domenica decisi di andare allo stadio per vedere la partita Pisa-Palermo per il campionato di serie B. Le due squadre erano in testa alla classifica ed infatti furono entrambe promosse in serie A alla fine del torneo.

Nel gennaio precedente la Sicilia aveva avuto il solito, disastroso, devastante terremoto che aveva raso al suolo un bel po' di paesi della valle del Belice.

Mescolato, in abiti civili, ai tifosi pisani nel settore opposto alle tribune, assistetti all'ingresso in campo delle squadre sotto un cielo di piombo che minacciava pioggia ad ogni momento. Alcuni gradini più sotto, notai un nutrito gruppo, una trentina di artiglieri del mio reggimento, che dall'eloquio assai forbito (minchia, bottana, camurrìa ecc.) riconobbi per miei compatrioti.

I tifosi di calcio sono tutti uguali ed in ogni posto: i fischi e gli insulti alla squadra del Palermo erano fittissimi. Taluni assai coloriti e divertenti da toscanacci, altri francamente beceri. Rimasi molto contrariato che l'insulto più frequente fosse la parola TERREMOTATI. Taluni suggerivano al Padre Eterno di togliere il tappo all'isola e di farla sprofondare in mare per completare l'opera del terremoto e fare sparire per sempre i Siciliani tutti mafiosi.

Confortato dal nero profumo di una terrificante gauloise senza filtro rimasi impassibile, malgrado l'irritazione, ed assistetti al primo tempo di una partita francamente noiosa ed assai più uggiosa del tempo atmosferico di quella giornata.

Ma all'inizio del secondo tempo il centro-avanti del Palermo, un certo Manservizi (toscano per ironia della sorte) si scosse dal sonno profondo e comatoso in cui si era adagiato per l'intero primo tempo, e da almeno dieci metri fuori area lasciò partire un tiro fortissimo ed a pelo d'erba. Il portiere del Pisa rimase immobile al centro dei pali. Mi parve che il pallone avesse fatto la barba al palo prima di uscire innocuo a fondo campo e la sensazione fu acuita dal silenzio assoluto che sconvolse lo stadio. Chiusi gli occhi per un attimo per effetto del fumo della ennesima gauloise, sospinto a vanvera da un refolo di vento, e  quando li riaprii, vidi  il pallone fermo ed in fondo alla rete.

Evidentemente si era insaccato a fil di palo!  Istintivamente scattai in piedi e strillai :

 gooool!

 Non l'avessi mai fatto! I miei vicini Pisani capirono al volo che ero nemico e cominciarono a strattonarmi, uno addirittura mi acchiappò per i capelli. Forse mi avrebbero ammazzato o comunque fatto pentire di essere Palermitano. Il trambusto attirò l'attenzione degli artiglieri siculi del mio reggimento. Mi riconobbero, spostarono la calca pisana con una decisa azione da commandos, mi misero in mezzo a loro e mi salvarono la pelle. Al sicuro, sotto la protezione del 3° Artiglieria, ebbi ancora la tracotanza di intonare un tonante forza Palermo a trenta voci. Ma fu tutto!

Da allora non ho più messo piede in uno stadio di calcio.