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IL PRIMATO DELLA POLITICA di Giuseppe Aquilino |
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La caduta del governo Prodi per il voto contrario di due “anime belle” della sinistra radicale, costituisce una ulteriore dimostrazione di come possa rivelarsi irresponsabile ed egoistico il comportamento di legislatori i quali, chiamati a prendere decisioni che incidono sulla vita di altri cittadini, si richiamano alla “coscienza” o a “principi”, senza tenere in alcun conto le conseguenze pratiche che derivano dalle loro determinazioni. A parte l’episodio dei due senatori, questa giustificazione, con la quale in effetti taluni cercano di togliersi dal groppone la responsabilità delle lacerazioni che le loro azioni determinano, è stata il ritornello che abbiamo sentito spesso in questi ultimi giorni a partire dal caso Welby per arrivare ai Dico. Un laico, specie se assume incarichi parlamentari o di governo, non deve dimenticare che è proprio in nome di principi, che peraltro vengono dichiarati universali, che si proibisce l’uso del contraccettivo, causando il diffondersi dell’AIDS, così come qualche secolo addietro in nome dei principi si accendevano i roghi o si condannava al silenzio Galilei. Bisognerebbe far comprendere ai futuri legislatori, prima di proporli nelle liste elettorali, che chi fa politica ed è chiamato a decidere per gli altri deve dare ascolto unicamente ai problemi dei cittadini, rinunciando alla affermazione dei propri credo per scegliere la strada della mediazione e della sintesi di interessi e idee contrapposte. In questo modo chi fa politica rinuncia alla propria soggettività per farsi carico dei problemi della collettività, assumendo le decisioni che ritiene eque non perché si basano su assiomi ma perché soddisfano esigenze di equità sociale. Il caso dei due senatori radicali, per altro verso, è sicuramente emblematico di un comportamento che, privilegiando la famosa “coscienza” e determinando la caduta del governo che avrebbero dovuto sostenere con il loro voto, avrebbe potuto ottenere un effetto esattamente opposto a quello che si erano prefissati. Ma qui direi che sconfiniamo nella psichiatria. In “La politica come professione” Max Weber sostiene che l’agire dell’uomo pubblico può estrinsecarsi secondo due tipi di orientamento: egli può seguire l’etica della convinzione oppure l’etica della responsabilità. Seguendo la prima egli non si preoccupa delle conseguenze che produce: se esse saranno deleterie ne darà la responsabilità al mondo, alla insensibilità degli altri ovvero, in altri campi, alla volontà di Dio. Per lui è irrinunciabile unicamente la testimonianza. Se viceversa segue l’etica della responsabilità, egli assumerà le sue decisioni tenendo ben presente che dovrà rispondere delle conseguenze del suo agire fin dove esse sono prevedibili, senza alcuna possibilità di imputarle ad altri. Certamente l’agire secondo l’etica della convinzione è un agire impolitico che , a volte, può sfociare nel fanatismo. L’uomo ha dei principi i quali gli indicano la strada da seguire che è diritta ed illuminata. Le sue scelte sono agevoli e la sua coscienza è a posto. Nell’agire secondo l’etica della responsabilità, che è l’agire del politico, l’uomo può anche avere principi suoi ai quali crede, ma deciderà avendo presente che le sue scelte comporteranno conseguenze per la vita degli altri. Egli non ha assiomi dai quali partire che possano giustificare il suo agire, che possano fargli dire “ho la coscienza a posto”. Non ha piedistalli dai quali pontificare. E’ solo.
Ne “Le memorie di Adriano” di Marguerite
Yourcenar il grande imperatore avverte l’esigenza di riordinare
l’organizzazione amministrativa dello stato anche al fine di
risolvere il grave problema di una furiosa svalutazione della moneta
ma non riesce a decidersi ad ordinare il censimento delle popolazioni
e delle proprietà perché è cosciente dei gravi
problemi che si verrebbero a creare per lo spostamento di grandi
masse di gente da un punto all’altro dei vasti territori
dell’impero di Roma. Egli non ha consiglieri che possano
confortarlo con argomentazioni tali da illuminargli il cammino
dell’agire; non ha nessun credo che gli indichi la strada
giusta, ma deve decidere e lo farà nell’unico modo che è
consentito al politico: avendo ben ponderato le conseguenze del suo
agire nell’interesse dello stato e dei cittadini dell’impero. |