“Maria”, la bimba Bielorussa al centro di una controversia internazionale, è arrivata in Italia attraverso un progetto sanitario d’accoglienza internazionale avviato circa vent’anni fa, dopo che la centrale nucleare di Chernobyl ha reso i due terzi della Bielorussia radioattivi. Fu allora che un governo giovane, appena uscito dal suo secondo disastro e cioè la caduta dell’URSS che bene o male garantiva a quel popolo un’economia dignitosa, iniziò un programma sistematico di risanamento facendo uscire dai suoi confini tutti ( e quando dico tutti intendo proprio tutti … orfani e no, che vivono in famiglia, in istituto, poveri e benestanti) i bambini dai 6 ai 14 anni per due volte l’anno in modo tale che l’alimentazione, l’aria estera li aiutasse a far calare il tasso di Cesio radioattivo nel sangue ed evitasse loro il triste destino del cancro. In questo modo si sono moltiplicate a decine le associazioni e in Italia è cominciata un’esperienza umana che s’innesta nel solco delle parole solidarietà e umanità. Non ho volutamente menzionato né l’affido né l’adozione, non ho parlato di “genitori affidatari o adottivi” perché, sia ben chiaro, nell’accoglienza internazionale questi termini sono impropri, non ci sono “figli e genitori” semmai “famiglie, single, accoglienti e bambini accolti”, in una relazione che per definizione è temporanea e precaria. Le associazioni che portano avanti i “progetti Chernopbyl”normalmente fanno dei brevi corsi di formazione alle famiglie e chiariscono perfettamente quali sono i termini dell’ospitalità, dicendo a chiare lettere che non si tratta di un progetto d’adozione o affido e sotto il profilo tecnico, la confusione fra accoglienza, affido e adozione internazionale è deleteria. Questi sono sicuramente tre modi di avere una relazione con un minore in difficoltà, ma è saggio tenerli distinti fra loro il più possibile poiché in molti casi (e in questo in particolare) la confusione genera mostri. I coniugi Bornacin sapevano, diciamo, per “contratto implicito”, quale sarebbe dovuto essere il loro ruolo nell’accogliere la piccola Maria, che non avrebbero dovuto confondere, soprattutto nella sua percezione di decenne orfana, ruoli e prospettive, regole e aspettative, creando una condizione nella piccola ospitata (che vive una condizione psicologica d’estrema fragilità viste anche e soprattutto le terribili esperienze di cui ha narrato) decisamente impropria e a mio parere errata proprio sul piano logico: “Fate molta attenzione … perché le “promesse da marinaio” fanno molto più male al vostro ospite che a voi. E’ bene essere consapevoli della precarietà dell’accoglienza internazionale; …. se non volete rischiare di creare nel piccolo ospite false attese o speranze vane (soprattutto se avete a che fare con minori provenienti da istituti) cercate di tenere le promesse dentro di voi”) Questo ripeto continuamente alle famiglie in formazione dell’associazione “Cittadini del Mondo” di Cagliari: