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SUL CASO DELLA PICCOLA BIELORUSSA E DEI CONIUGI BORNACIN |
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Ma
tant’è che ora Maria, che ci piaccia o no, che sia
giusto o iniquo, legale o meno è stata catapultata al centro
di un conflitto fra legalità e affetti, desideri di
genitorialità e limiti internazionali di cui non solo lei non
ha la pur minima responsabilità ma neppure ha (spero)
coscienza. D’altro canto credo che l’atteggiamento
iniziale dell’Ambasciatore Alexei Skripko sia stato fin troppo
accondiscendente e consapevole della delicatezza dell’argomento
per gli interessi diretti del suo paese ma anche per quelli delle
migliaia di famiglie italiane che in quest’esperienza sono
annualmente coinvolte. Le sue parole a “Primo Piano” mi
sono parse caute e sensate, il suo tono nei giorni fra l’8 e
il 14 settembre, (in cui continuavano impliciti ed espliciti gli
insulti nei confronti del paese che rappresenta), sono diventati
progressivamente più netti perché più il tempo
passa più si ha l’impressione che l’Italia
consideri le ragioni bielorusse secondarie. Si provi per un attimo
ad invertire le parti e a pensare ad una minore italiana
virtualmente “rapita” da una famiglia bielorussa durante
un’amichevole vacanza, che squalifica implicitamente i nostri
servizi sociali, che sostiene che nei nostri istituti (e sono tanti
quelli che in Italia funzionano ancora e decine sono i casi d’abuso
su minori su cui i tribunali per i minorenni devono intervenire
quotidianamente…) si perpetuano violenze inumane… come
reagirebbero le nostre autorità? Come reagirebbe la nostra
opinione pubblica? La Bielorussia è un grande paese “povero”
se lo si interpreta nei termini del PIL ma ricco di civiltà,
cultura e tradizioni con cui l’Italia ha instaurato un
rapporto d’amicizia che è bene non incrinare: le
“Marie” che ogni anno sono accolte nelle nostre
famiglie, con soddisfazione e giovamento per tutti sono circa 30.000
e le richieste d’adozione che giacciono nella attesa di
soluzione oltre 600: vogliamo che tutto questo abbia termine?
Crediamo sia utile mettere l’accento sulla “pagliuzza
nell’occhio altrui senza vedere la trave che sta nel nostro?”
. Ai coniugi Bornacin va la mia solidarietà di persona che ha
fatto in prima persona l’esperienza dell’accoglienza
internazionale, la comprensione e l’empatia dello
psicoterapeuta per una condizione di sofferenza che non solo
comprendo ma sento risuonare in me, ma a loro va anche la mia
richiesta di percorrere altre strade, anche quelle formali, per
risolvere il loro problema senza che questo comporti l’interruzione
d’altre migliaia di processi affettivi e solidaristici in
corso. Io credo che le rassicurazioni d’intervento delle
istituzioni bielorusse sul caso specifico di Maria non solo siano
serie ma anche competenti (per aver avuto l’opportunità
di dialogare con alcuni loro professionisti tutt’altro che
sprovveduti) e credo che il desiderio di maternità e
paternità dei Bornacin sia legittimo ma che debba passare per
altri canali, non quelli della confusione . E’ pur vero in
ultimo che questa vicenda impone anche un ripensamento più
complessivo sulla formazione delle famiglie accoglienti e sulle
regole di tutela per i minori che vengono accolti. Sia chiaro questi
erano, sono e saranno sempre al centro dell’interesse di
chiunque si pone in una prospettiva di solidarietà”.
Ciò che mi indigna è la retorica del “poveretto”
mescolata all’ignoranza della cultura delle tradizioni e del
carattere di una nazione complessa come la Bielorussia. E’ un
altro tassello da aggiungere a questo puzzle andato in pezzi. Se una
nota positiva la si vuole cercare in questa vicenda, è che i
progetti d’accoglienza sono definitivamente usciti
dall’emotività dei primi anni, aprendo altri scenari e
problemi che con il disastro di Chernobyl poco hanno a che fare.
L’iniziativa di Cogoleto va forse inquadrata nel nostro triste
tasso zero di natalità, nella crisi del nostro modello
sociale culturale e familiare. La Bielorussia non è un paese
del terzo mondo, è una nazione con cui è bene
misurarsi guardando i loro e i nostri limiti ma pur sempre “alla
pari” sul piano della dignità e del rispetto reciproci. |
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Antonello Soriga. letterato e psicologo, esercita come psicoterapeuta d’indirizzo sistemico relazionale a Cagliari. E’ consigliere dell’Ordine degli Psicologi della Sardegna, presidente del Centro di Psicologia Sistemica di Cagliari, responsabile scientifico dell’Associazione Sardegna Belarus e membro del Comitato direttivo di RES (Rete per l’Ecologia Sociale). Ha scritto numerosi articoli di carattere scientifico in ambito psicologico. E’ coautore di Percorsi di Formazione alla Nonviolenza, Satyagraha 1991; Percorsi di Formazione alla Nonviolenza Pangea 1996, autore di Sviluppo Sostenibile nel Marghine- Planargia e nel Sulcis-Iglesiente per le edizioni Consorzio Ecosviluppo Sardegna” 200 e de “L’Altalena di Chernobyl, dialogo sull’accoglienza internazionale dei bambini bielorussi” Armando ed 2006. |