Naturalmente continueranno ad esistere realtà politiche, sociali,
culturali che si definiranno “sinistra”, e può anche darsi che tornino
ad essere presenti in Parlamento. Ma si tratterà di realtà sempre più
secondarie e residuali. La fine della sinistra ha infatti una radice
profonda, strettamente legata ai caratteri della fase attuale e alla
natura essenziale della sinistra stessa. Come abbiamo cercato di
mostrare ne “La sinistra rivelata” 1 , la sinistra è stata
caratterizzata, nei due secoli della sua esistenza, dal binomio
“sviluppo ed emancipazione”: è stata cioè la parte politica, sociale e
culturale che ha lottato per l'emancipazione dei ceti subalterni
promuovendo lo sviluppo economico e tecnologico. Questa congiunzione è
stata possibile perché, fino a tempi recenti, sviluppo ed emancipazione
erano compatibili. Ma la situazione è completamente cambiata negli
ultimi decenni. La fase storica che, utilizzando termini imprecisi ma
ormai di uso comune, viene chiamata “globalizzazione” o “neoliberismo”
rappresenta, fra le altre cose, il momento in cui sviluppo ed
emancipazione si separano e si contrappongono.
Mentre
fino a pochi decenni or sono lo sviluppo economico e tecnologico poteva
davvero portare al miglioramento delle condizioni di vita dei ceti
subalterni, oggi sviluppo significa attacco ai redditi e ai diritti
conquistati dai ceti subalterni nella fase precedente, significa
attacco ai territori per le grandi opere necessarie allo sviluppo
stesso, significa degrado ambientale e sociale. In questa situazione la
posizione che definisce la sinistra, quella cioè di volere
l'emancipazione dei ceti subalterni attraverso lo sviluppo, non è più
possibile e appare come una contraddizione in termini. O si sceglie lo
sviluppo, e allora, anche se ci si illude di essere progressisti o
magari addirittura anticapitalisti, nella realtà si sceglie la
de-emancipazione dei ceti subalterni e il degrado ambientale e sociale,
oppure si sceglie l'emancipazione dei ceti subalterni, e in tal caso
occorre combattere lo sviluppo fine a se stesso e porsi nell'ottica
delle decrescita.
Questo
carattere contraddittorio della nozione stessa di sinistra, nella fase
attuale, ha potuto essere rimosso per qualche tempo. Lo strumento della
rimozione è stato, per lunghi anni, l'antiberlusconismo ossessivo.
Incapaci di dare un senso all'esistenza delle proprie organizzazioni,
che non fosse l'attaccamento personale al potere e ai suoi vantaggi, i
ceti dirigenti della sinistra italiana hanno posto il rifiuto di
Berlusconi come unico contenuto e collante della propria parte politica.
Ma nel momento in cui il Partito Democratico di Veltroni ha scelto di
presentarsi da solo alle elezioni, l'antiberlusconismo ha funzionato
contro la sinistra (cioè la sinistra arcobaleno). Se per anni si ripete
che la cosa fondamentale, alla quale tutto il resto va subordinato, è
impedire l'accesso al potere di Berlusconi, se in nome di questo si
sacrifica ogni contenuto reale della propria politica, è chiaro che i
partiti di sinistra finiscono per perdere il proprio elettorato: nella
situazione in cui ci si è trovati alle politiche del 2008, chi era
legato ai contenuti reali di una politica di sinistra si è astenuto (o
ha espresso un ininfluente voto per piccole formazioni di estrema
sinistra) perché ha capito che tali contenuti verranno sempre e
comunque sacrificati alla necessità delle alleanze antiberlusconiane,
mentre chi ha davvero introiettato la necessità di combattere
Berlusconi come fine principale della politica ha votato PD.
Questa
scomparsa della sinistra non ci addolora. Essa sgombra il campo dagli
equivoci, fa chiarezza, e la chiarezza è sempre benvenuta. La realtà ha
fatto tornare i conti, cancellando dalla storia ciò che era ormai
un'impossibilità logica. Non si tratta ora di ricostruire una nuova
sinistra (o un nuovo partito comunista), che sarà finalmente quella
buona, quella giusta, quella vera. Si tratta invece di capire come sia
possibile far vivere gli ideali di emancipazione, giustizia,
solidarietà, in una situazione in cui non è più possibile la sinistra.
2. La Casta, arma del nemico.
L'attuale
sistema sociale ed economico rappresenta la negazione degli ideali di
emancipazione, giustizia, solidarietà. Ben più di questo, esso mostra
in profondità tratti distruttivi e mortiferi, che ne fanno il nemico
dell'umanità. La difesa degli ideali di emancipazione, giustizia,
solidarietà, può essere pensata solo come contrasto e opposizione
radicale all'attuale organizzazione sociale ed economica. Ma questa
opposizione non può essere fatta in nome di un progetto di società
alternativa. Non abbiamo un tale progetto, e non è pensabile che esso
possa essere elaborato in una situazione in cui le forze antagoniste
sono ultraminoritarie e ininfluenti. L'unica politica realistica è una
politica di opposizione guidata da principi alternativi a quelli oggi
dominanti, una politica che porti a spezzare, dove è possibile, la
logica che regge l'attuale sistema socioeconomico, e affronti le
situazioni inedite che così si creeranno seguendo i propri principi
alternativi, indirizzando la società lungo vie che oggi non è possibile
prevedere. Ma per iniziare anche solo a pensare ad una tale politica,
occorre riflettere sulle caratteristiche più significative della realtà
attuale. E occorre, come diceva Fortini, scrivere i nomi dei nemici.
Fra questi vi sono, oggi in Italia, i componenti della Casta.
Nel
nostro sistema sociale ed economico non c'è più nessuno spazio per la
politica intesa come sfera in cui si confrontano idee diverse sulla
direzione da imprimere allo sviluppo sociale. Lo sviluppo sociale è
comandato, in ogni ambito, dall'economia e dalle sue esigenze di
profitto. A cosa si riduce allora la politica, se si accettano gli
assiomi dell'attuale sistema sociale ed economico? A pura e semplice
amministrazione dell'esistente, a competizione fra cordate di
amministratori, il cui unico ruolo, ben pagato, è quello di gestire il
consenso sociale alle politiche economiche neoliberiste. Ma tali
politiche comportano la distruzione di tutte le conquiste (crescita
effettiva dei salari, Welfare State) ottenute dai ceti popolari nella
fase riformisticosocialdemocratica della storia del mondo occidentale,
la fase del secondo dopoguerra. La perdita di diritti e redditi, il
peggioramento lento e costante della qualità della vita nei paesi
occidentali prosegue a ritmo costante qualunque sia il colore della
parte politica al governo. Far accettare questa situazione di lento
depauperamento, rendere impossibile la protesta o incanalarla in
direzioni che non mettano in questione i dati fondamentali dell'attuale
sistema economico e sociale: è questo il ruolo del ceto politico,
indifferentemente di destra, di sinistra o di centro.
Poiché
le contrapposizioni interne al ceto politico non hanno più nessuno
spessore politico o ideologico, e sono semplici scontri sulla
distribuzione di posti e prebende fra gang contrapposte, è corretta la caratterizzazione del ceto politico come Casta.
La
Casta è al servizio della dinamica distruttiva del mondo attuale, e va
combattuta come nemica della civiltà e della società. Il fatto che essa
non decida nulla (perché tutto è deciso dall'economia) non significa
che essa sia irrilevante: è un'articolazione fondamentale dell'attuale
sistema sociale ed economico, è l'ingranaggio che deve conquistare il
consenso di masse sempre più impoverite sia sul piano materiale sia su
quello culturale.
E' chiaro, lo diciamo per sgombrare
il campo da possibili equivoci, che la lotta contro la Casta non è di
per sé lotta contro i fondamenti dell'attuale sistema socioeconomico,
non è di per sé lotta rivoluzionaria. Ma in ogni situazione di lotta
contro un potere dominante, si può lottare solo contro quelle
articolazioni del potere che il potere stesso ci contrappone. La lotta
dei vietnamiti contro l'esercito USA non andava a colpire il cuore del
capitalismo USA (e infatti i vietnamiti hanno vinto ma il capitalismo
USA è vivo e vegeto), ma questo non era certo un buon motivo per non
farla. Oggi in Italia occorre lottare contro la Casta perché
è la Casta l'arma delle oligarchie per l'attacco ad ogni possibilità di
emancipazione della classi subalterne.
Esiste uno
spazio sociale nel quale agire questa lotta contro la Casta? Esso
esiste, a nostro avviso, e si manifesta oggi come rifiuto generalizzato
della Casta, che la Casta stessa denomina “antipolitica” (denominazione
ovviamente menzognera come tutto quanto proviene dalla Casta: è la
Casta a negare la politica, a rappresentare la vera antipolitica). Ma
su quali punti si può tentare di mobilitare questo diffuso rifiuto
della Casta politica, per far sì che esso esca dalla fase della rabbia
silenziosa ed impotente?
(continua) |