Ma
il territorio italiano è saturo (altrove la situazione può essere
diversa): l'Italia è un paese piccolo e sovrappopolato, il cui
territorio è stato da tempo invaso dalle realtà fisiche legate allo
sviluppo. Non essendoci più spazio libero, le nuove strutture fisiche
necessarie per lo sviluppo possono inserirsi solo in una realtà fisica
e sociale già organizzata, mettendone in crisi gli equilibri. In parole
povere, le nuove strutture devono invadere la vita quotidiana degli
abitanti del territorio, sconvolgendola.
L'opposizione
da parte degli abitanti del territorio attaccato è dunque naturale e
istintiva, non necessariamente derivante da opzioni politiche e
ideologiche generali, ma, questo è il punto cruciale, essa va nella
direzione della critica dello sviluppo, anche se i suoi attori possono
non averne coscienza. Con questo intendiamo dire che la prospettiva
della critica dello sviluppo è l'unica che renda coerenti queste lotte,
dando ad esse un valore e una prospettiva generali. Al di fuori di tale
prospettiva, queste lotte possono essere facilmente criticate e isolate
indicandole come espressione di egoismi locali che devono cedere il
passo all'interesse generale.
La risposta a questa
critica sta appunto nell'indicare il rifiuto dello sviluppo, cioè la
decrescita, come interesse generale del paese. Una forza politica che
intenda opporsi all'attuale sistema socioeconomico dovrebbe quindi
assumere la critica allo sviluppo come asse fondamentale della propria
azione. Si tratta di una scelta cruciale per ricollegarsi alle tante
realtà di lotta che stanno sorgendo in Italia e che si diffonderanno
sempre di più.
Un secondo punto si collega a un altro
dato profondo della realtà contemporanea, cioè il progetto di dominio
globale del pianeta, e in particolare delle zone rilevanti per il
controllo delle risorse, progetto che gli USA hanno iniziato a mettere
in atto a partire dagli ultimi anni dell'amministrazione Clinton, e in
maniera evidente a tutti dopo l'11 settembre. Un simile progetto di
dominio inevitabilmente genera resistenze, e nella situazione attuale
la repressione delle resistenze comporta la messa in mora, nei paesi
occidentali, della rete di diritti e garanzie che la civiltà borghese
aveva elaborato come diritti del cittadino: l'habeas corpus, il diritto
ad un giusto processo, l'indipendenza della magistratura.
Sono
tutti aspetti della civiltà giuridica borghese che la misure
legislative adottate negli USA dopo l'11 settembre (dal “Patriot Act”
in poi) hanno cominciato ad attaccare e indebolire. Analoghi fenomeni
stanno avanzando negli altri paesi occidentali (si pensi alle
“extraordinary renditions”). Non si tratta di una tendenza momentanea
destinata a rientrare, ma di un aspetto profondo e fondamentale della
realtà attuale. Se è così, allora una linea di resistenza è
rappresentata dalla difesa dello Stato di diritto. Un altro aspetto
decisivo del capitalismo contemporaneo è l'ossessiva ricerca del
profitto senza limiti e a breve e brevissimo termine.
Questo non è possibile rimanendo nell'ambito della legge (della stessa
legge borghese!): di qui il carattere criminale di una parte sempre più
grande dell'economia capitalistica contemporanea. Criminale nel senso
di essere legata a pratiche di truffa e di corruzione, e nel senso di
lasciare uno spazio crescente all'economia delle grandi organizzazioni
criminali, che si confonde sempre di più con quella “legale”.
Gli esempi sono innumerevoli. Basti pensare ai collegamenti che si
devono instaurare fra imprese industriali del nord e camorra per lo
smaltimento illegale dei rifiuti, secondo le denuncie dell'ormai famoso
“Gomorra” di Roberto Saviano. Basti pensare a come il commercio delle
armi porti necessariamente ad analoghi collegamenti, visto che le armi
iniziano con l'essere prodotte legalmente da rispettabili industrie e
finiscono poi in mano a criminalità e gruppi armati di vario tipo.
Basti pensare a quali devono essere i legami che rendono possibili la
“ripulitura” dell'immenso fiume di denaro sporco prodotto da attività
come appunto il commercio di armi o la droga, e a come questo fiume di
denaro accresca, in questi tempi di capitalismo finanziario, il potere
di chi, nel mondo dell'economia “ufficiale”, riesce a sfruttarlo. E si
potrebbe continuare notando come la corruzione sia ormai un aspetto
strutturale dell'economia contemporanea. Tutto ciò implica che i ceti
dominanti nel mondo contemporaneo hanno sempre più bisogno di
disattivare il controllo di legalità sui grandi crimini economici.
Anche in questo caso, dunque, la richiesta di difendere lo Stato di
diritto ha un carattere di resistenza e ostacolo al dispiegamento della
logica dell'attuale sistema sociale ed economico.
E'
probabile che all'analisi appena svolta venga mossa, specie da persone
di formazione marxista, l'obiezione che nei caratteri da noi
sottolineati non c'è nulla di nuovo. I ceti dominanti dei paesi
occidentali avanzati, si dirà, hanno sempre sospeso i diritti
individuali quando si trattava di reprimere movimenti che li
attaccassero seriamente, e hanno sempre intrallazzato ai limiti della
legalità, o anche oltre tali limiti, quando questo appariva possibile e
conveniente. Questa obiezione manifesta secondo noi una profonda
incomprensione della realtà attuale. Il pensiero che la ispira appare
analogo a quello di chi affermi che, poiché da che mondo è mondo gli
esseri umani hanno sempre usato strumenti omicidi per farsi la guerra,
e hanno sempre cercato di inventare l'arma migliore e più efficace,
allora l'invenzione della bomba atomica non cambia nulla di
sostanziale, perché si tratta in fondo pur sempre dell'invenzione di
un'altra arma. Allo stesso modo, è verissimo che i caratteri di crisi
della legalità, che noi abbiamo individuato nella fase attuale, si
possono ritrovare in fasi precedenti delle società capitalistiche, ed è
pure vero che gli aspetti fondamentali del rapporto sociale
capitalistico sono sempre gli stessi, ma le dimensioni in cui si
presentano oggi quei caratteri ne fanno qualcosa di inedito che
inaugura appunto una fase nuova.
Oggi la sospensione
dei diritti individuali non è una risposta estrema ad una crisi
imminente o in atto, ma si pone esplicitamente come dato permanente
delle nostre società, senza che al loro interno si levino movimenti di
protesta. La simbiosi fra economia legale ed economia illegale non è un
dato episodico o legato a situazioni locali, ma è diventata la normale
modalità di funzionamento dell'economia contemporanea. Possiamo
concludere che una forza politica che voglia contrastare la folle e
distruttiva direzione di marcia della nostra società dovrebbe, oggi in
Italia, scegliere come assi di riferimento la difesa del territorio e
la difesa dello Stato di diritto.
A questi assi di
riferimento non sarebbe poi difficile collegare la difesa complessiva
dei diritti conquistati dai ceti subalterni nella fase
“socialdemocratica” del capitalismo del secondo dopoguerra. La tesi che
vogliamo affermare con forza a questo punto è che il miglior quadro
possibile in cui inquadrare questo indirizzi è, in Italia, quello
rappresentato dai valori e dai principi che sono stati sintetizzati
nella nostra Costituzione.
4. Perché la Costituzione.
La
Costituzione della Repubblica italiana, formalmente (ma soltanto
formalmente) tuttora in vigore, è nata come alto compromesso tra le tre
grandi forze ideali, culturali e politiche che avevano alimentato la
lotta antifascista, vale a dire quella laico-risorgimentale
(rappresentata dai partiti liberale, repubblicano e d'azione), quella
marxista (rappresentata dai partiti socialista e comunista), e quella
cattolica (rappresentata dalla democrazia cristiana). Il terreno del
compromesso è stato, trattandosi di una Costituzione, quello
istituzionale, nel senso che aspirazioni laiche, cattoliche e marxiste
dovevano trovare una espressione curvata sul piano giuridico ed una
reciproca limitazione nelle norme regolatrici delle nuove istituzioni
statuali che dovevano venire edificate. Il compromesso allora
perseguito nell'Assemblea costituente risultò alla fine, quando un
lungo e schietto applauso quasi generale sottolineò l'approvazione
della carta costituzionale il 22 dicembre 1947, riuscito sul piano dei
principi ed avanzato sul piano sociale e culturale.
La
riuscita del compromesso istituzionale sul piano dei principi risulta
evidente da una semplice lettura degli articoli della carta, i cui
principi da un lato lasciano trasparire una specifica genesi ideale (ad
esempio, liberale per l'articolo 13, cattolica per l'articolo 29,
marxista per l'articolo 43), ma dall'altro sono incorporati in
prescrizioni normative non ascrivibili univocamente ad un determinato
indirizzo ideologico e politico, ed accettabili da diverse angolazioni
sulla base di pure ragioni di giustizia. La natura storicamente
avanzata del compromesso costituzionale appare chiara dalla
contestualizzazione della Costituzione della Repubblica italiana nel
suo tempo storico. Essa entra in vigore il 1° gennaio 1948, sette mesi
dopo la fine dei governi di unità nazionale con l'estromissione totale
dei comunisti e dei socialisti, tre mesi e mezzo prima della disfatta
elettorale del Fronte popolare, e nell'ambito di un periodo di
controffensiva padronale nelle fabbriche che inchioda la classe operaia
ad un duro sfruttamento e allarga grandemente la disoccupazione al suo
interno. In questo contesto storico una carta costituzionale che esige,
oltre all'eguaglianza formale di fronte alla legge, anche elementi di
eguaglianza sostanziale, che vieta l'iniziativa economica privata
quando sia in contrasto con l'utilità sociale, che prevede numerosi
casi di possibile statalizzazione delle attività economiche, esprimeva
statuizioni più avanzate dei rapporti di forza allora esistenti, tanto
è vero che rimase fin dall'inizio in larga misura inattuata. Per fare
un altro esempio, si pensi a come il partito dei cattolici, conquistata
nel 1948 la maggioranza assoluta in Parlamento, si sia trovato di
fronte al limite di articoli costituzionali che prevedono la scuola
pubblica in ogni ordine e grado, il divieto di finanziamenti statali
delle scuole private, la tutela dei figli nati fuori dal matrimonio.
Se
il compromesso costituzionale era nel 1948 più avanzato della
situazione sociale, politica e culturale coeva, oggi è a un livello
semplicemente incommensurabile, in termini di civiltà, di giustizia, di
tutela della persona, rispetto a quello in cui si colloca il concreto
esercizio dei poteri dello Stato e dell'economia, al punto che, nel
contesto dell'attuale organizzazione sociale ed economica e delle
miserabili caste partitiche che la servono, l'attuazione della carta
costituzionale configurerebbe una vera e propria rivoluzione economica,
sociale e politica. L'incapacità di capire questo punto decisivo è
indice di profondi limiti da parte delle realtà politiche e culturali
(oggi disperse e minoritarie) che vogliono opporsi alla dinamica
distruttiva del mondo contemporaneo. Come si potrebbe altrimenti
rinunciare a presidiare una trincea così avanzata come quella della
carta costituzionale? Certo, occorrerebbe farlo senza minimamente
confondersi con quei difensori della Costituzione che, insistendo solo
sui principi di funzionamento ed equilibrio dei poteri dello Stato
conformi alle norme della seconda parte del documento, tralasciano il
rispetto dei principi della prima parte. In questo modo la pretesa
difesa della Costituzione si riduce ad una intransigenza
antiberlusconiana piuttosto grottesca, quando si coniuga, ad esempio,
con il supporto, o comunque la non opposizione, alla partecipazione
alla guerra infinita statunitense e alla spesa militare per sistemi
d'arma di chiara valenza offensiva, in spregio all'articolo 11 della
carta. Certo, occorre non coltivare illusioni giuridiciste: oggi non
servono, alla difesa della Costituzione, le cosiddette istituzioni di
garanzia, come la Corte costituzionale, la commissione affari
costituzionali del parlamento, la Presidenza della Repubblica.
La
partita non si gioca sul terreno giuridico, dato che chi dovrebbe
garantire su quel terreno è interno a quelle stesse oligarchie
partitocratiche che hanno manomesso la Costituzione. Quel che
servirebbe sarebbe incoraggiare e promuovere lotte in difesa dei
diritti del lavoro (contro il precariato, la sottoretribuzione, gli
orari eccessivi, i sistemi di appalto), in difesa della vivibilità del
territorio (contro le cementificazioni speculative, le opere
dissestanti, le emissioni avvelenatrici, la valanga dei rifiuti), per
la demercificazione dell'economia (con più beni conviviali e locali,
meno consumo di merci e di energia, e quindi meno produzione di
rifiuti), per la definanziarizzazione dell'economia (contro lo
strapotere di banche e società speculative), per un più rapido esito
dei processi penali e civili (senza barriere di accessibilità e di
costo per i soggetti socialmente deboli), contro mafie e corruzioni,
inscrivendo tutti questi obiettivi nell'attuazione della nostra
Costituzione. I vantaggi di una simile impostazione sarebbero
molteplici e rilevanti: 1) proporre obiettivi di giustizia sociale e di
salvaguardia ambientale sotto forma di principi costituzionali da
attuare sottrarrebbe tali obiettivi alle definizioni e agli
schieramenti correlati allo spettro politico esistente ed a cascami di
ideologie oggi vuote di contenuti (liberalismo, cattolicesimo sociale,
fascismo “di sinistra”, comunismo), rendendoli maggiormente capaci di
saldarsi alle ragioni effettive di malcontento, a esperienze vive di
lotta, al rifiuto della Casta che serpeggia nel paese. 2) La carta
costituzionale è, sia pure soltanto formalmente, legge dello Stato,
anzi legge fondamentale dello Stato, cui tutta la legislazione
ordinaria sarebbe tenuta a conformarsi. Ovviamente ciò non è in alcun
modo determinante, ma altrettanto ovviamente chi lotta per obiettivi
prescritti da una legge almeno formalmente in vigore è meno
svantaggiato di chi lotta per obiettivi preclusi dalla legge. 3) I
principi costituzionali sono talmente avanzati rispetto allo stato
attuale dei rapporti di forza fra le classi ed al livello culturale
delle masse in via di impoverimento, e così contrari alla logica di
funzionamento della società contemporanea, che la loro prassi attuativa
sarebbe insieme legalitaria e rivoluzionaria. Basti pensare a come,
basandosi sulla Costituzione, sia possibile rivendicare il diritto di
ogni cittadino al lavoro retribuito, da parte dello Stato se i privati
e il loro “mercato” mantengono la disoccupazione (articolo 4), oppure
la tutela da parte dello Stato della salute non di ogni cittadino, ma
di ogni individuo umano, (articolo 32), oppure il diritto di ogni
lavoratore ad una retribuzione che gli assicuri un'esistenza libera e
dignitosa (articolo 36), o la piena parità di trattamento del
lavoratore e della lavoratrice (articolo 37), o la soppressione
dell'iniziativa economica privata là dove essa leda o la sicurezza o la
dignità del lavoratore (articolo 41). E si potrebbero fare altri
esempi. Quale dovrebbe essere il modo concreto di utilizzare le
potenzialità insite nella nostra Costituzione? Non si tratta, a nostro
avviso, di creare una associazione per la difesa della Costituzione o
dello Stato di diritto.
Questo per due motivi. Il primo
è che si difende qualcosa che più o meno è presente e sotto attacco,
mentre la Casta ha ormai completato l'opera di svuotamento della
Costituzione, per quanto essa resti formalmente vigente. E' ben noto
che la Costituzione è rimasta largamente disapplicata fin dall'inizio,
specie per quanto riguarda i suoi aspetti più avanzati sul piano
sociale. Negli ultimi decenni questo processo di esautoramento
sostanziale è arrivato a compimento: basti pensare a come l'Italia
venga ormai normalmente coinvolta in teatri di guerra, in spregio
all'articolo 11, o a come vengano stravolti perfino gli aspetti di
equilibrio istituzionale, per esempio esautorando il potere del
Presidente della Repubblica di scegliere la persona alla quale affidare
l'incarico per la formazione del governo2. Oppure basti pensare a come,
nei decenni del dopoguerra, l'obiettivo della piena occupazione (che,
senza essere esplicitamente inserito nel testo costituzionale, è
chiaramente sottinteso negli articoli che riguardano il tema del
lavoro) sia stato effettivamente uno degli obiettivi dell'azione di
governo, e come invece oggi la disoccupazione, al di là di esercizi
retorici, sia nella sostanza accettata come un dato di fatto.
Il
secondo motivo è che una “associazione per la difesa di” ha senso
quando si parla di questioni in qualche modo settoriali, mentre i
principi che hanno ispirato la Costituzione hanno oggi un valore
generale. Quello che ci sembra necessario oggi non è dunque una
“associazione per la Costituzione”, ma un movimento politico che si
ispiri ai principi della Costituzione e ne sappia trarre un programma
politico. Gli articoli della prima parte della Costituzione non sono un
tale programma, ma i principi che li ispirano possono fornire i valori
e stabilire i vincoli di un programma politico.
5. Prima che sia troppo tardi.
Il
nostro paese sta attraversando una crisi gravissima. Non si tratta solo
del declino dell'economia ma del degrado sociale, del predominio della
criminalità, del peggioramento di ogni aspetto della vita sociale.
Questo degrado è una conseguenza dei meccanismi distruttivi
dell'attuale organizzazione economica e sociale, che va quindi
combattuta da chi si ispiri a ideali di giustizia, emancipazione e
solidarietà. Il principale nemico contro cui combattere è, oggi in
Italia, la Casta politica. La lotta contro la Casta e, dietro essa,
contro l'attuale sistema economico e sociale, può essere fatta con
qualche speranza di successo da un movimento politico che abbandoni
ogni richiamo a ideologie ormai prive di agganci con la realtà (come il
comunismo) e che si ispiri invece ai principi e ai valori della nostra
carta costituzionale. Solo in questo modo c'è almeno la speranza di
uscire dalla sterile contrapposizione fra estremismo ultraminoritario e
accettazione dell'esistente, e di incontrare le esigenze e le speranze
dei tanti che vivono il degrado sulla propria pelle, con rabbia e
angoscia impotente. Non c'è molto tempo. L'acuirsi del degrado porterà
necessariamente alla crescita del malessere. Se le forze che si
ispirano a giustizia, solidarietà, emancipazione non riescono a dare
uno sbocco a questo malessere, possiamo ipotizzare una crisi dagli
esiti imprevedibili nei particolari, ma complessivamente negativi. I
casi dell'Argentina e della Jugoslavia ci ricordano ciò che può
succedere a paesi grandi e apparentemente solidi. Alla fine di
“Underground”, lo struggente film che Kusturica ha dedicato alla storia
della Jugoslavia e alla sua dissoluzione, una voce fuori campo ripete
la frase “io avevo un paese”. Parla della Jugoslavia. Non vogliamo
dover ripetere la stessa frase, fra qualche anno, per l'Italia. E'
l'unico paese che abbiamo.
Genova-Pisa, maggio 2008. 1 M.Badiale-M.Bontempelli, La sinistra rivelata, Massari editore, Bolsena 2007.
2 E' il risultato del fatto che nelle recenti elezioni gli schieramenti
indicavano sulla scheda ilnome del candidato premier. Senza dilungarci
in questioni giuridico-istituzionali, facciamo solo notare che si
tratta si una innovazione che rafforza l'esecutivo a scapito degli
altri poteri istituzionali, introducendo squilibri che prevedibilmente
verranno risolti con ulteriori rafforzamenti dell'esecutivo. |