
di Gianluca Locci
(IV S ODO)
L’attuale protesistica odontoiatrica è
frutto di una lunga evoluzione attraverso le diverse civiltà umane.La
ricostruzione delle diverse tappe di questa storia è strettamente legata non
tanto ai dati clinici che l’antropologia dentaria ci può fornire, quanto al
mantenimento nel tempo dei materiali utilizzati a scopi protesici; infatti
questo è l’unico metodo di indagine sul passato di una disciplina che vuole
avvalersi del cosiddetto metodo scientifico e come tale proporre la propria
evoluzione storica.
La prima citazione letteraria delle protesi
dentali è contenuta nella legge romana delle XII Tavole (451-450 a.C.); nella
X, riguardante le norme sulla sepoltura, viene riportato che, nonostante il
divieto d’introdurre nella tomba oggetti aurei, è consentito non rimuovere
dalla bocca del defunto eventuali ponti o fili di ancoraggio in oro. Questa
legge evidenzia quindi come tale intervento fosse già entrato nella pratica
comune.
La sostituzione dei denti mancanti risale, comunque,
ad un periodo ben precedente all’epoca romana,( come testimonianze
archeologiche ci mostrano).
Infatti nel 1864 a Sidone è stata ritrovata
una protesi in oro, attribuita al IV secolo a.C., che presenta due corone
dentali con le rispettive strutture di ancoraggio ai denti adiacenti. Tale
reperto è conservato al museo del Louvre a Parigi.
A questo ritrovamento fecero seguito altri,
quali quelli delle popolazioni etrusche. Gli Etruschi, superato l’uso del filo
d’oro per ancorare i denti mancanti a quelli presenti, utilizzarono apparecchi
molto più complessi, messi a punto con lamine e ponti in oro, alle cui
estremità erano preparati anelli per l’ancoraggio. I denti mancanti venivano
approntati mediante l’applicazione di denti modellati con grande cura, in
avorio o in osso.
Nel Medioevo la tecnica protesica è
inferiore a quella riscontrata presso le precedenti civiltà, o per lo meno le
fonti a riguardo sono molto carenti.
L’introduzione e le applicazioni dei vari
materiali che si susseguirono cronologicamente restano alla base di ogni
ricerca costruttiva nel campo protesico.
Il primo materiale usato, e di cui si ha
ampia documentazione, fu l’avorio, derivato dalle zanne di elefante,
ippopotamo, tricheco e osso di balena; rimase in uso dal XVI secolo a quasi
tutta la metà del XVIII.
Protesi parziale del XVI sec. in avorio con sei denti umani.
L’avorio aveva una struttura compatta,
idoneo ad essere inciso a bulino, aveva però qualità negative in quanto a causa
dei processi di lavorazione perdeva lo smalto, andando così a progressiva
alterazione di struttura e ingiallimento.
L’avorio dei denti d’ippopotamo fu il più
usato perché la sua colorazione si avvicinava molto a quella del dente umano,
mentre l’alterazione strutturale e l’ingiallimento avvenivano più lentamente,ed
inoltre era più economico rispetto all’avorio d’elefante.
Questi materiali venivano lavorati in
blocco, sottoposti a processi di sbozzatura ripetuta e ogni volta sempre più
rifinita, ricavando dallo stesso pezzo gengive e denti. Inoltre, l’avorio fu
usato per la costruzione di basi su cui impiantare denti umani e per costruire
denti per basi di metallo.
Gli apparecchi risultavano molto leggeri e
ben tollerati a livello delle mucose orali. Per contro, andavano soggetto a
decolorazione e decomposizione.
Furono usati, sia pur raramente, denti
rimodellati di : bovini, cani, tartaruga, cervo e madreperla.
Il dente umano fu usato frequentemente,
proveniente da cadaveri o direttamente dal vivo, per cessione spontanea
(vendita) o per diritto di possesso nei paesi schiavisti. Fornì materia di
ampio commercio; dopo essere stato trattato mediante raschiamento delle parti
molli residue, per mezzo di sfregamento con legni impregnati di pomice, veniva
posto in un bagno d’acqua continuamente ricambiata per circa una settimana,
quindi lavato con sapone ed alcool, conservato sotto sabbia, argilla, cera o
olio. Ciononostante andava soggetto ai processi involutivi come in vivo.
Questi inconvenienti furono definitivamente
allontanati dalla introduzione della porcellana, già usata nella antica Cina
con finalità pratiche e decorative e dal perfezionamento dei denti minerali.
Protesi in avorio superiore ed
inferiore collegate mediante molle in oro (XVI secolo).
Le prime protesi in porcellana sembrano
essere state ideate dal chimico francese Duchateau nel 1774.
La porcellana, inattaccabile dagli acidi,
dai liquidi organici e non scalfibile con facilità, presentava però notevole
fragilità, con rischi frequenti di frattura.
Costituita di caolino,feldspato, minimi quantitativi
di solfato di calcio e silicio, può essere smaltata e lucidata. L’invenzione
del dente minerale, che soppiantò gli elementi in osso, rese più accessibile il
ricorso alle protesi, anche se le basi, costruite in oro, facevano delle
dentiere una possibilità per classi ricche.
I materiali presentati qui di seguito,
rispettano l’ordine cronologico di utilizzo nella storia della protesi moderna,
a partire dal caucciù estratto dalla pianta della gomma (Castillon elastica).
La sostanza contenuta in essa, entrò con
molta fortuna e diffusione nella protesistica dopo che nel 1842 si ebbe a
disposizione il caucciù vulcanizzato, grazie alla geniale intuizione
dell’americano Goodyear che, trattando il lattice di gomma con zolfo a
temperatura di 170°, conferì ad esso proprietà di durezza, conservando la
flessibilità e l’elasticità.
Un perfezionamento di questo trattamento,
raddoppiando il quantitativo di zolfo e aumentando il tempo di esposizione al
calore, fornì quel caucciù entrato nell’uso odontotecnico col nome di
vulcanite; sostanza questa con maggiore elasticità e soprattutto assenza di
odore. Il caucciù fu usato per la costruzione di basi protesiche e di gengive.
La celluloide, derivato della nitrocellulosa
e canfora, ebbe un suo ruolo nella protesistica, per sue caratteristiche di
leggerezza ed elasticità. Di facile lavorazione, presenta però il difetto del
gusto sgradevole di canfora e la rapida deformabilità quando posta in bocca.
L’alluminio, utilizzato per breve tempo
nella fabbricazione di basi mediante stampaggio, fu adottato per la leggerezza
e la scarsissima conducibilità termica, tanto da farlo preferire al caucciù. Il
rame e lo stagno furono poco presenti nella costruzione delle basi (Hudson
1820), causa la difficoltà di lavorazione e il peso che ne consentiva l’uso
solo per le protesi inferiori. L’argento, a volte sottoposto a smaltatura, fu
invece usato per le basi.
L’oro entrò ed entra tuttora come materia principale
nella storia della odontotecnica per basi.
Le molle in acciaio degli orologi settecenteschi
furono usate come elementi per stabilizzazione protesica, avvolte in tela
cerata per evitare l’ossidazione.
Anche la terracotta entra, sia pure per
rarissimi esempi, nella materia da costruzione per protesi parziali cotte su
armatura metallica.
La seta in filo venne utilizzata per
assicurare denti vacillanti o apparecchi protesici in via provvisoria.
Vari tipi di legno offrirono materiale per
la costruzione di dentiere nel Giappone della metà del XVI secolo, per
apparecchi protesici totali o di basi per denti in avorio o di marmo. Il legno
di noce americana (hickory wood) entra tra i materiali del XIX secolo per
costruire mezzi di fissaggio di denti a perno nel canale radicolare, con piano
di appoggio sagomato a sella ad evitare la rotazione del dente.
L’evoluzione storica in senso strutturale
consente alla protesistica di affermarsi definitivamente senza più soluzioni di
continuità; si traccia così la strada lungo la quale la necessità di disporre
dell’organo masticatorio è sempre più sentita al di là degli aspetti
esclusivamente estetici, anche se trascorreranno alcuni secoli prima che si
pervenga alla concezione funzionale della protesi nel rispetto delle leggi
della gnatostomatologia, e infatti è dal XVI secolo che si muovono i primi
passi in questa direzione.
Molti furono gli autori che scrissero e si
pronunciarono in maniera critica sulle protesi : ad esempio lo spagnolo F.
Martinez (1557), l’inglese P. Forest (1580), il francese A. Parè (1582),
allievo di quest’ultimo il francese J. Guillemeau (1594), l’italiano F.
d’Aquapendente (1561).
Uno su tutti, Fauchard è colui a cui siamo
debitori di tutto quanto si sviluppò a seguito della sua produzione. Fauchard
(1746) dedica ampio spazio alla protesistica nell’ultima parte della sua famosa
opera “ Le chirurgien dentiste,1746”. Le tavole (vedi figura) con cui questa è
illustrata sono
ampiamente esplicative della ricerca e delle applicazioni che ne
derivano.
Per prima utilizzò la protesi a uno o più
elementi scolpiti in blocco e forniti di fili che ne consentivano la fissazione
su una striscia passando attraverso fori. Come materiale di fissazione per fili
e striscia, utilizzava oro e argento. La protesi così costituita veniva
ancorata a due elementi pilastro, realizzazione concettualmente rispondente
alla moderna protesi a ponte, avvalendosi anche di denti umani.
Fauchard riferì che i suoi colleghi
contemporanei avevano tentato agganci di protesi mediante fori passanti
attraverso i processi alveolari. L’effetto intensamente algido e la perdita
dell’ancoraggio metteva queste protesi fuori uso rapidamente.
Le protesi di Fauchard, totali superiori ed
inferiori, risultano collegate a fasce o molle d’argento o d’oro a basso
titolo, per ottenere una maggiore elasticità, e anche da molle a spirali con
funzioni di allontanamento delle due arcate.
Sempre a Fauchard si deve la prima idea del
contatto mediante sessione, eliminando le molle e sfruttando l’adesione mucosa.
Sperimentò le prime smaltature dei denti artificiali su protesi con gengiva.
Introdusse i perni a vite in oro per fissare i ponti, avvitandoli nelle radici.
Indubbiamente, Fauchard, seppe riunire
quanto gli autori a lui precedenti avevano proposto, cioè tutte le conoscenze
teoriche, completate dal patrimonio del suo apporto personale.
Le protesi in porcellana sembrano essere
state ideate dal chimico francese Duchateau nel 1774, costruendo le basi e gli
elementi dentali totalmente in porcellana.
L’ottocento vedeva ogni forma protesica:
denti a perno, capsule d’oro, ponti,dentiere totali e parziali, ganci di
fissaggio. Ma l’elemento che domina fin dall’inizio questo secolo è l’adozione
universale del dente minerale.
Fino al 1808 la porcellana entrava nella
costruzione delle protesi intere cotte in un sol blocco, tecnica che presentava
caratteri d’imperfezione legata al fenomeno della retrazione della massa dopo
cottura, nella fase di raffreddamento, risultato non più rispondente
all’impronta della bocca.
Questo non indifferente problema fu risolto
dalla realizzazione del dente minerale e dal perfezionamento dei materiali da
cottura.
L’italiano G.A.Fonzi, nel 1799, iniziò uno
studio della chimica per meglio impadronirsi di quelle cognizioni necessarie
per le sue ricerche sulle sostanze minerali, che gli consentirono la
realizzazione dei denti “ terro-metallici “.
Il merito di Fonzi consiste non solo
nell’aver ideato il dente minerale, ma nell’averne modificata, migliorandola,
la composizione chimica, differente dalla porcellana pura. Il dente minerale fu
realizzato singolo e consentì l’applicazione sulle basi ad uno ad uno come
elementi indipendenti.
Questi denti minerali, inseriti uno ad uno
su base metallica e fissati per mezzo di ganci in platino, venivano inseriti
nella pasta minerale prima della cottura. Fonzi riuscì a disporre di una
numerosa quantità di denti prefabbricati in vasto assortimento di forma e
colore, che gli consentiva la costruzione di ogni protesi in tempi brevissimi e
studiata secondo il grado di edentulia del paziente.
Oggi, con il continuo perfezionamento dei
materiali, sono aumentati i requisiti di un moderno manufatto protesico. La
composizione chimica non deve irritare la mucosa o altri organi e non deve
risultare negli esami tossicologici.
I denti artificiali devono armonizzarsi
perfettamente con i denti naturali, essere resistenti all’abrasione e
facilmente modificabili.
Il dente naturale è composto da più strati,
che mantengono la sua elasticità e resistenza. Attraverso un complesso
procedimento vengono simulati in maniera naturale i vari decorsi degli strati.
L’elevato grado di reticolazione dei singoli strati stabilizza le proprietà
chimico-fisiche e cliniche.
Inoltre ne risulta uno strabiliante aspetto
naturale, poiché i diversi di colore e le differenti traslucenze appaiono vivi.
Con l’introduzione della chimica dei
polimeri, è stata creata la base per un ampio utilizzo in protesi mobile. Nel
frattempo la ricerca e lo sviluppo si sono spinti talmente in avanti, che
l’attenzione principale non è più rivolta alla differenziazione di corretto o
sbagliato. Soltanto le caratteristiche particolari, fanno la differenza,
creando un equilibrio armonico tra l’originale e la sua copia.
Bibliografia
G. Vogel – G. Gambacorta (1985) “ Storia della Odontoiatria “, Ars Medica Antiqua Editrice, Milano.