IL LENTO NAUFRAGIO DI RIFONDAZIONE
Con la trasformazione del PCI in PDS inizia la navigazione di Rifondazione Comunista nelle acque perigliose della politica italiana. Navigazione a vista (appoggio esterno al centrosinistra nel ’94 e nel ’96), oppure audace e spericolata.
Protagonista, in quest’ultimo caso, il milanese Fausto Bertinotti, ex sindacalista. Vestiti eleganti, eloquio brillante, erre moscia ma contenuti radicali. Tanto radicali da spezzare il fragile filo che lo lega al primo Prodi (1998). L’Esecutivo va a casa e il duo Diliberto-Cossutta, in dissenso col segretario, opera una scissione che darà il via ad una lenta ed inesorabile crisi nel partito.
Come in ogni corso e ricorso storico che si rispetti, la sinistra non smentisce l’antico vizio del settarismo e della scissione permanente. In Rifondazione si contano almeno tre o quattro correnti, anche diversissime tra loro. Nel PDCI, quantomeno, c’è maggiore compattezza ideologica (Rossi a parte).
Il segretario Bertinotti, dopo aver contribuito al successo di Berlusconi nel 2001 (avendo racimolato, tra l’altro, un misero 5%), rinsavisce riguardo all’inevitabilità di un accordo con i moderati del centrosinistra.
Fausto il rosso apporta una serie di innovazioni all’apparato ideologico del partito, abbracciando il principio della nonviolenza, caro ai pacifisti, meno ai comunisti duri e puri della lotta di classe (anche violenta).
E qui sta il dramma: rileggendo la biografia politica di Bertinotti, si nota un percorso “eterodosso” rispetto a quello di un dirigente comunista medio: prima PSI, poi PSIUP e, solo dopo lo scioglimento di quest’ultimo, nel PCI.
Ecco il quadro di un socialista massimalista, più che di un comunista; differenza non da poco, laddove si lotta per scavalcare a sinistra o “in comunismo ” il proprio rivale.
L’impressione che si ricava è questa: che la maggioranza bertinottiana del PRC e i Comunisti Italiani brandiscano la falce e il martello come un feticcio per racimolare i voti dei nostalgici, quando invece dovrebbero prendere atto dell’inattualità di quel simbolo.
Attenzione: non è che siano venute meno ingiustizie e disuguaglianze. E’ venuto meno, invece, il modello (poco raccomandabile, per la verità) della Rivoluzione d’Ottobre, del sovvertimento violento dello status quo capitalistico.
Accettando la sfida del governo accanto ai nemici di un tempo, i “comunisti” di oggi accettano l’idea di un aggiustamento graduale e governabile della società capitalistica, chiedendo più Stato e meno Mercato. Non la rivoluzione, di certo!
Di qui la necessità di una nuova sinistra radicale, che dica una parola definitiva su un comunismo che, tra l’altro,dopo Ferrando, continua a dividersi in mille rivoli. I trotzkisti di Cannavò e Turigliatto sono ad un passo dalla scissione. Domani potrebbe toccare (chissà!) anche ai neoleninisti di Claudio Grassi.
E’ un lento naufragio, evitabile solo prendendo coscienza della necessità di una svolta e di un superamento degli equivoci attorno al comunismo e ai “comunismi”.