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Il caso Sofri, Bompressi e Pietrostefani |
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Tutta la storia processuale di questi ultimi anni relativamente alla causa penale nei confronti di Sofri, Bompressi, Pietrostefani e Marino per l’assassinio del commissario Calabresi, ha da sempre, come avviene solitamente per questi casi così eclatanti, diviso l’opinione pubblica in colpevolisti ed innocentisti. Spesso il trovarsi tra gli uni o gli altri è stato determinato dalle proprie convinzioni ideologiche e politiche e specialmente l’uomo della strada, nella totale non conoscenza delle carte processuali, ne è rimasto notevolmente condizionato. Nel lungo iter della giustizia che ha preso inizio dal pentimento di Marino, i giudizi che ne sono seguiti avanti alle Corti di merito e alla Cassazione, sono stati prevalentemente di colpevolezza, tranne quello in cui gli imputati vennero assolti, ma a dire di alcuni, con una motivazione "suicida", tale cioè da offrire facile spunto alla Cassazione per annullarla. La mole degli atti processuali era tale che solo i magistrati e gli altri operatori coinvolti, che avevano avuto la possibilità di esaminarli, potevano esprimere opinioni approfondite. Tuttavia il punto essenziale della vicenda è che, sembra, non siano emerse quelle prove dirette che sono le più tranquillanti (testimoni che hanno visto quella persona uccidere, ad esempio), mentre si è dovuto comporre come in un mosaico i vari indizi che hanno costituito i tasselli decisivi per il convincimento dei giudici. Le dichiarazioni di Marino, ovviamente costituendo una chiamata in correità, per i principi garantistici del nostro ordinamento giuridico, non sono di per sé sufficienti a integrare la prova piena della colpevolezza, e abbisognano di una serie di riscontri che i giudici, evidentemente hanno ritenuto di ravvisare in base al principio del "libero convincimento" della nostra legge processuale. L’articolo 530, comma 2 del Codice di Procedura Penale afferma che quando le prove sono contraddittorie e comunque non sufficienti il giudice deve mandare assolto l’imputato, per cui pur in presenza di elementi accusatori che hanno il rango di prove, qualora essi presentino margini di dubbio, non deve essere pronunciata condanna. Non viene però stabilito il limite di insufficienza ed esso è riservato alla discrezionalità e al convincimento dell’organo giudicante il quale, se motiva logicamente (illogico sarebbe, ad esempio, dire che quel tal giorno c’era un sole cocente per cui tutti i presenti si trovavano sotto una pioggia torrenziale) non vedrà la propria sentenza annullata dalla Corte Suprema In molti sostengono che, nel caso specifico, si tratta di stabilire se mente Marino o gli imputati, aggiungendo che, comunque, non sono costoro che devono dimostrare la loro innocenza, ma spetta all’accusa di provarne la colpevolezza. Per quanto dunque riguarda i processi passati si possono avanzare tutte queste perplessità e non essere d’accordo con le sentenze sfavorevoli e ritenere che, dopo 28 anni, una condanna non adempie più la sua funzione rieducatrice, tanto più perché gli imputati hanno tenuto in questi decenni una condotta di vita esemplare e degna di plauso. Altri esprimono al contrario la loro perplessità perché non è facile pensare che un uomo possa accusare delle persone che sa innocenti e che, forse, potrebbero morire in carcere. Su questi contrapposti rilievi e con tutte le dietrologie del caso si potrà andare avanti a discutere all’infinito. La questione naturalmente non è conclusa e non è escluso che si metta nuovamente in moto il meccanismo giudiziario con ulteriori sviluppi di questa sconcertante vicenda. Oggettivamente è iniquo che, se colpevoli, si debba scontare la pena a distanza "anni luce" dagli avvenimenti. D’altra parte coloro che sono chiamati a giudicare in un processo di revisione hanno margini molto più ristretti imposti dalla legge, alla quale devono scrupolosamente attenersi. Il "caso Sofri" si protrae ormai da anni. Dal 1988, cioè da quando è iniziato il processo che ha condannato Adriano Sofri, Ovidio Bompressi e Giorgio Pietrostefani per l'omicidio del commissario di polizia Luigi Calabresi Una vicenda che affonda le sue radici negli anni '70, quando Sofri era il leader del movimento extraparlamentare "Lotta Continua" e Calabresi era accusato di aver ucciso Pino Pinelli, un anarchico fermato nell'ambito delle indagini sulla bomba di piazza Fontana e morto a seguito di una "caduta" dal quarto piano della Questura di Milano, dopo 3 giorni di detenzione illegale. Gli anni '70 sono quelli in cui nasce e si diffonde il terrorismo rosso, all'interno di un clima di grande mobilitazione, ma a volte anche di giustificazione ideologica della "violenza rivoluzionaria". Sono però anche gli anni delle battaglie sui diritti civili, di cui i radicali sono i protagonisti indiscussi: divorzio, aborto, obiezione di coscienza, referendum. Tra "Lotta Continua", il gruppo "libertario" della sinistra extraparlamentare, e i radicali inizia allora un dialogo che porterà anche a significativi momenti di incontro. Sono trascorsi 31 anni dal delitto Calabresi. Alcuni sono convinti che la verità su quell'omicidio non sia ancora stata fatta, e che Sofri sia dunque innocente, come proclama di essere. Molti di più ritengono però che Adriano Sofri, colpevole o innocente che sia, a distanza di 31 anni è una persona diversa, una persona che non merita di essere in carcere.
Ed
è per questo che dal 1997 ad oggi le iniziative dirette a sollecitare un
provvedimento di clemenza per Sofri si sono succedute con un ritmo
incalzante. Alcune recenti iniziative non violente hanno riaperto tra i giuristi il dibattito sul potere del presidente della Repubblica di concedere la grazia anche senza una richiesta da parte del ministro della Giustizia. |
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Cronologia: la storia dei processi. |
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Lotta Continua e gli esordi di Adriano Sofri 1968 La prima pubblicazione è del 20 febbraio 1967. Molti di quelli che saranno i redattori del
Potere Operaio provengono dalla sezione universitaria del PCI di Pisa. Tra
di loro a vario titolo figurano Gian Mario Cazzaniga, Luciano Della Mea e lo
stesso Adriano Sofri. Sempre nella primavera del 1969 gruppi di militanti del Potere operaio toscano confluiscono nell'Assemblea permanente operai-studenti di Torino, organo di stampa che rappresenta appunto operai e studenti impegnati insieme nella lotta di Mirafiori, dove è in atto una durissima offensiva operaia, nata al di fuori del controllo sindacale. Dopo uno scontro sulla linea da seguire il gruppo toscano di cui fa parte Sofri inaugura un progetto che punta alla crescita della coscienza antagonista operaia attraverso una mobilitazione continua ritenuta qualificata. Nell'estate del 1969 si forma intorno a questa posizione uno schieramento che comprende anche una parte del movimento trentino e degli ambienti studenteschi della Cattolica di Milano. Il gruppo decide la pubblicazione di un giornale nazionale, che riprende nel titolo lo slogan adottato nei volantini dell'Assemblea operai-studenti torinese: Lotta continua.
Il 22 novembre del 1969 esce il primo numero di Lotta Continua. Attorno al
settimanale si raccoglie ciò che resta del Potere operaio, gruppi
provenienti dai collettivi studenteschi di Torino (Viale, Bobbio), Trento
(Boato, Rostagno), Pavia e della Cattolica di Milano. Dopo la strage di Piazza Fontana Lotta Continua guida la campagna di stampa che ritiene che la strage sia di stato, sostenendo l'innocenza di Valpreda, e ribadendo che Pinelli sia stato assassinato.
Il direttore responsabile
Pier Giorgio Bellocchio subisce un processo per direttissima. Stessa sorte
toccherà negli anni ad altri che offriranno la loro firma di giornalisti per
far uscire il giornale: da Marco Pannella a Pio Baldelli, da Pier Paolo
Pasolini a Giampiero Mughini.
Uno degli obiettivi della
campagna di stampa messa in campo dal giornale è smentire quanto sostenuto
pubblicamente dall'allora questore di Milano Marcello Guida, che nel regime
fascista aveva avuto incarichi importanti ed era stato direttore del carcere
di Ventotene. Guida aveva detto in una conferenza stampa che Pinelli si era
suicidato in quanto il suo alibi non reggeva.
Le persone presenti nella stanza dalla cui finestra volò Pinelli erano state tutte promosse di grado. Lc puntava perciò a che
qualcuno si sentisse diffamato e dunque si arrivasse ad un processo.
Viotti avrebbe detto
di essere convinto che Pinelli era stato ucciso con un colpo di karatè.
Da quel momento in poi sulle circostanze dell'uccisione del funzionario di
Polizia si susseguono una quantità di congetture ed ipotesi fino al 28
luglio 1988 quando Sofri viene arrestato insieme agli altri dirigenti di Lc. Nell'estate del 1970 Lotta continua tiene la sua prima assemblea nazionale. Le iniziative politiche si delineano in senso movimentista mentre cominciano a prendere corpo le strutture cosiddette d'intervento: da quelle nel mezzogiorno ai Proletari in divisa (soldati di leva); dalle lotta per la casa (i baraccati milanesi di via Tibaldi) alla cultura (i Circoli Ottobre), fino all'organizzazione di lotta nelle carceri (I dannati della terra).
Nell'aprile del 1972 Lotta continua si trasforma in quotidiano nazionale.
Dopo le fallimentari esperienze elettorali l'elemento centrale di discussione è proprio la crisi della formazione. L'organizzazione si divide in comparti differenziati: le donne; gli operai; i giovani; il servizio d'ordine. Di fatto il congresso decreta lo sfaldamento del gruppo dirigente. Lotta Continua continuerà ad esistere, sia come giornale organo di movimento, sia come gruppi sparsi di militanti che tendono a riattivarsi con l'esplodere del movimento del '77.
Lotta continua cesserà definitivamente le pubblicazioni nel 1982. Nell'arco degli anni, Adriano Sofri ha più volte cercato di interpretare le dinamiche della lotta politica degli anni Settanta e in particolare sulla scelta della violenza da parte di molti.
Nella puntata dell'8 luglio del
1992 della trasmissione
Milano
Italia
in onda su RaiTre Sofri ricordò che ciascuno di quelli che parteciparono
all'esperienza e alla stagione dei movimenti sarebbero ipocriti nel non
ammettere che tutti, "ma sicuramente io, saremmo stati pronti anche ad
uccidere".
In quella circostanza l'ex leader di Lotta Continua ribadisce la sua
interpretazione della stagione violenta della storia recente del paese.
Nello stesso senso, spiega
al processo, vanno interpretati i suoi scritti relativi all'inchiesta del 7
aprile 1979, avviata contro gli esponenti di Potere Operaio: "io non rinnego
niente - chiarisce Adriano Sofri -, non rinnego i pensieri diversi della mia
vita, li presento senza mai abiurare, criticando le cose apertamente". Si trattava di una "cosa doppiamente invisa a Lc: c'era un'opposizione per ragioni morali e soprattutto politiche". Lc infatti "nella galassia dei gruppi era quello più grande e megalomane" e aveva "l'orgoglio e il settarismo" del grande partito tipo Pci. La sua "parola d'ordine era integrare tutto e non lasciare altri fuori". Dunque "Lc va da loro e gli si dice: ci pensiamo noi". |
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